di Camillo Buono|
Ci sono immagini che raccontano meglio di qualsiasi convegno sul turismo sostenibile. Immagini che non hanno bisogno di commenti, ma che urlano silenziosamente un disagio, una realtà che fa male. Sul porto di Ischia — la vetrina dell’isola, il primo impatto per chi sbarca — le fioriere vengono usate come cestini dei rifiuti. E i cestini veri? Vuoti, ignorati. Invisibili.
Non si tratta di un singolo gesto isolato. No. Quello che si vede è il risultato di una catena di inciviltà, di un effetto domino innescato, forse, da un primo gesto sbagliato. E poi, a seguire, altri. Tanti altri. Perché l’inciviltà è contagiosa, quanto (e più) dell’esempio virtuoso.
Questa volta, però, non possiamo puntare il dito su chi amministra. Non ci sono scuse organizzative, né ritardi istituzionali da imputare. La colpa è nostra. È della collettività. Perché è evidente che chi ha gettato i rifiuti tra le piante non l’ha fatto per mancanza di alternative: i cestini ci sono. Solo che nessuno li usa.
Questa è una delle facce più amare di quel turismo selvaggio che ci assale. Non solo nei numeri spropositati, nei ritmi ingestibili, nelle presenze che spesso superano la capacità reale dell’isola. Ma anche, e soprattutto, nella perdita di ogni senso del rispetto. Rispetto per i luoghi, per chi ci vive, per l’ambiente.
E se è vero che chi arriva copia chi trova, allora è ancora più grave. Perché chi viene qui — ospite, turista o pendolare — prende esempio da noi. Da quello che siamo, o da quello che mostriamo di essere. Se ci comportiamo da incivili, non possiamo aspettarci che gli altri siano migliori.
È facile lamentarsi delle amministrazioni. Più difficile guardarsi allo specchio. Ma questa volta lo specchio è lì, sul porto, dentro una fioriera piena di spazzatura. Ed è impossibile non vederlo.



