L’80enne di Barano colpito da infarto durante le operazioni preliminari alla demolizione della sua abitazione. Una vicenda che riapre il tema della giustizia edilizia e della dignità sociale.
Camillo Buono|
La notizia arrivata da Barano d’Ischia ha scosso l’intera comunità: un uomo di 80 anni, cardiopatico, è stato colpito da un infarto durante le operazioni preliminari alla demolizione della sua abitazione. Una casa in cui viveva da oltre trent’anni insieme alla moglie, e che — secondo quanto sostenuto dalla difesa legale — avrebbe ottenuto la sanatoria del condono edilizio del 1994.
Eppure, in una mattina che per i due anziani doveva essere come tante, lo Stato si è presentato alla loro porta con tutta la sua forza: tecnici, operatori, autorità, pronti a procedere con il distacco delle utenze e la “vandalizzazione” degli interni, passaggio previsto dalla procedura per rendere l’immobile inabitabile prima dell’arrivo della ruspa.
E davanti a questa scena l’uomo non ha retto.
Il cuore ha ceduto.
Ambulanza, 118, corsa verso l’ospedale.
Le operazioni sono state sospese, mentre l’avvocato Bruno Molinaro ha presentato un incidente di esecuzione all’ordine di demolizione, nella speranza di ottenere un blocco definitivo.
Un’azione legittima o un atto disumano?
Qualcuno dirà: “È la legge.”
E nessuno vuole negarlo.
Ma quando lo Stato si presenta da due persone anziane e malate con una tale durezza, senza alcun riguardo, senza una reale valutazione del contesto umano e sociale, la domanda sorge spontanea: l’applicazione di una legge può arrivare a ignorare completamente la fragilità delle persone?
Soprattutto se parliamo di una casa esistente da oltre trent’anni, e che avrebbe beneficiato di un condono edilizio valido anche nelle zone vincolate come Ischia.
Da anni assistiamo a demolizioni che colpiscono quasi sempre famiglie umili, lavoratori, persone che nella loro casa non ci hanno speculato: ci hanno vissuto.
Al contrario, la vera speculazione edilizia — quella che ha devastato coste, colline, paesaggi — è quasi sempre sopravvissuta a controlli e sanzioni.
È un paradosso che conosciamo fin troppo bene.
Un déjà-vu che somiglia a un terremoto
Questa storia riporta alla mente un’altra immagine.
Un’altra domenica.
Un altro dolore.
Novembre 1980.
Il terremoto dell’Irpinia.
Gente comune travolta da un evento che arrivò all’improvviso, portando via case, famiglie, dignità.
Il Mattino titolò: “Fate presto!”
Un grido disperato rivolto allo Stato.
Oggi, dopo quarantacinque anni, sembra di rivivere una pagina simile.
Perché, che sia un sisma o un ordine di demolizione, per chi subisce la distruzione del proprio mondo la differenza è minima.
E lo dimostra il dramma umano dell’anziano colpito da infarto mentre vedeva crollare, non la casa, ma tutto ciò che ne rappresentava il valore.
Una bomba sociale pronta ad esplodere
In Campania sono centinaia di migliaia le famiglie che vivono nel terrore della demolizione di abitazioni costruite decenni fa, spesso unico bene di una vita intera.
Il tutto in un Paese in cui non si realizzano case popolari da oltre quarant’anni e in cui la crisi abitativa è sempre più evidente.
Nel frattempo, proprio in questi giorni, in occasione della manovra finanziaria, torna sul tavolo politico la proposta di un nuovo condono edilizio.
E allora il parallelo con quel titolo storico diventa inevitabile.
FATE PRESTO
Sì, fate presto, prima che questa situazione diventi una tragedia sociale senza precedenti.
Fate presto a trovare una soluzione che concili legalità e umanità.
Fate presto a impedire che le demolizioni trasformino il disagio in disperazione.
Fate presto prima che, come spesso accade in Italia, soltanto dopo ci accorgeremo che gli interessi in gioco erano ben diversi dalla giustizia.
Perché quando lo Stato arriva come un terremoto, a pagare non sono mai i colpevoli.
A pagare sono sempre i più deboli.
Foto di copertina dal web Nuvola Tv

