Il Caffè della Domenica: la libertà

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di Camillo Buono|

Stamattina, mentre sorseggio il mio caffè in questa fredda domenica d’inverno e osservo la frenesia di questo mondo, mi sovviene un pensiero: che bella parola la libertà.

Una di quelle parole grandi, abusate, sbandierate. Una parola che, in teoria, dovrebbe iniziare dove finisce quella del prossimo. Non invadente. Rispettata. Condivisa.

La mia libertà finisce quando inizia la tua, e la tua finisce quando inizia la mia.
È un concetto semplice, quasi banale, eppure così difficile da praticare davvero.

Per la libertà si fanno guerre. Per la libertà si muore.
Ed è forse proprio questo a renderla così fragile: la si invoca spesso, la si difende raramente nel quotidiano.

Senza libertà probabilmente io non starei qui a scrivere il mio pensiero. E invece posso farlo, perché – per fortuna – vivo ancora in un Paese libero e democratico, dove esprimere un’opinione è possibile, purché resti nel perimetro del rispetto reciproco. È questo il confine sottile ma fondamentale della libertà.

Guardiamo il mondo intorno a noi.
Ci sono Paesi in cui la libertà è ancora una conquista lontana, altri in cui è continuamente messa in discussione, altri ancora dove la libertà di pensiero viene piegata, reinterpretata, strumentalizzata. Ideologismi che si scontrano, visioni che non dialogano, verità che diventano bandiere.

Negli ultimi decenni abbiamo costruito una sorta di castello di fiducia: abbiamo creduto che qualcuno, da qualche parte, avrebbe risolto i problemi al posto nostro. Che la libertà fosse acquisita per sempre. Ma la storia recente ci ha insegnato che non è così.

I lockdown non sono poi così lontani dalla memoria collettiva.
Un periodo in cui la libertà è stata compressa, sospesa, regolata. Un esempio limpido di come, in nome di un bene superiore, il confine della libertà possa essere spostato, ridefinito, deciso da altri. Un’esperienza che avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, almeno sul valore di ciò che diamo spesso per scontato.

E poi ci sono le libertà quotidiane, quelle che fanno più rumore perché toccano da vicino sensibilità diverse. Penso, ad esempio, alla recente attivazione della carriera alias all’Istituto Alberghiero.
Al di là degli ideologismi, la mia libertà mi impone di dire: ben fatto. Perché se una persona sceglie quel percorso, è una sua libertà. E la mia finisce esattamente lì dove inizia la sua.

Questo non significa che ogni libertà debba diventare prevaricazione del pensiero altrui. Al contrario. La libertà vera non schiaccia, non impone, non deride. Convive. Accetta. Rispetta.

Forse è proprio questo il punto: imparare a bere il nostro caffè domenicale con meno pregiudizi e più ascolto. Con meno slogan e più consapevolezza.
Perché la libertà, quella vera, non ha bisogno di urlare. Ha solo bisogno di essere praticata ogni giorno.