“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”: la storia di Primo Levi

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di Arianna Orlando|

Così diceva Primo Levi: “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre” e si riferiva ai tragici fatti che hanno oscurato la storia europea del XX secolo. La vicenda delle deportazioni degli ebrei e delle altre minoranze ha scritto una brutta pagina nella storia dell’umanità intera che ancora oggi tende a rinnovare gli orrori e la distruzione. Non abbiamo imparato niente? Scrive Primo Levi che tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono costretti a riviverlo.

Ma chi era Primo Levi? Uno scrittore? Un chimico? Un italiano? Un ebreo? Un sommerso? Un salvato? Un partigiano? Un sopravvissuto? In verità Primo Levi era tutte queste cose: laureato in chimica nel 1941 nonostante le leggi razziali, divenne scrittore dopo gli avvenimenti della deportazione per consegnare alla Storia la testimonianza del tempo in cui l’uomo è stato convertito in una cosa, in Häftalinge per la precisione. Si unì alla resistenza nel 1943 e dopo poco tempo venne arrestato e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo, e lì visse fino alla liberazione da parte delle armate rosse nel gennaio del 1945.

Possiamo leggere la testimonianza della deportazione e della prigionia nei Lager nelle sue opere più famose: Se questo è un uomo, opera d’esordio e resoconto lucido e straziante della vita nel campo di concentramento; La Tregua, il racconto del lungo e avventuroso viaggio di ritorno in Italia, dopo il Lager; I sommersi e i salvati, riflessioni sulla memoria della Shoah.

Abbiamo raccolto la sua istanza, ce ne siamo fatti carico ma ancora, ci rendiamo conto, non è sufficiente in quanto in questi tempi storici ancora assistiamo alle stragi, alle guerre, alle intolleranze, alle distruzioni e ancora vediamo uomini non avere rispetto per la vita altrui e calpestarla senza alcun rimorso. Ne sono testimoni i genocidi ancora in corso, le guerre che popolano il mondo, le rivolte per la propria libertà, gli atti di bullismo nelle scuole o nella vita di tutti i giorni. Non abbiamo imparato a tollerare le differenze né a quietare la sete di potere e di denaro e per questi ultimi siamo disposti a dimenticare persino la nostra umanità.

Ciò che Primo Levi nei suoi testi ci chiede è di non fare della memoria un esercizio passivo ma di trasformarla in una pratica agentiva che finalmente abbatta le distanze fra uomo e uomo, disseti la sete danarosa, colmi le ingiustizie di pace e renda a tutte le creature viventi il rispetto per la loro vita e per la loro identità. A questo siamo chiamati e a questo oggi dobbiamo rispondere nelle nostre scuole, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre strade: ovunque si eserciti l’umana consapevolezza. E ovunque ci sia un bambino insegnategli che il rispetto è la prima e fondamentale delle doti umane e anche la più preziosa poiché ha il dono della reciprocità: se dai rispetto, e con l’esempio insegni a darlo, lo ricevi in cambio.