Storie dall’Olocausto: Éva Heymann

Published by

on

di Arianna Orlando|

Pensando alla tragedia dell’Olocausto, una immagine -dapprima di tutte le altre- affiora nella nostra mente: quella di Anne Frank, una ragazzina di tredici anni, china sul suo diario a imprimere ferocemente i frammenti di storia contro cui si ferisce e brucia la sua vita. Ciò che spesso ignoriamo è che, lontano dell’alloggio segreto in Prinsengracht 263 ad Amsterdam, altre adolescenti, come Anne, stavano vivendo il dramma delle deportazioni. Tra queste vi era Éva Heymann.

Tutte le storie tratte dalla pagina buia dell’Olocausto possiedono qualcosa di commovente che va ben oltre la nostra percezione sensibile perché contengono in esse la speranza di ciò che sarebbero potute essere e che invece non sono state. La storia di Éva ha questo sentore carico di malinconia e ci pone di fronte alla frustazione della nostra impotenza: no, noi non potremo entrare nelle pagine del suo diario, non potremo giungere nel 1944 e ripercorrere i suoi passi, non potremo trarla fuori dalla morte e finalmente, giustamente salvarla. Noi ce ne staremo impazienti, con le mani in mano, mentre le pagine del suo libro involontario scorreranno intrepide fino all’ultimo giorno, quello prima della deportazione.

Come Anne Frank, Éva Heyman è l’autrice di un diario che è stato consegnato al mondo dopo la sua morte da un genitore. Nel caso di Éva si è trattato della madre, Ágnes Zsolt, miracolosamente sfuggita all’Olocausto. Di Éva scrive il patrigno Bela Zsolt che era «la ragazzina con quel meraviglioso visino da mela, con la sua avida curiosità, l’ambizione, la vanità, gli occhi luminosi che sprizzavano energia». Così la ritrae, così la consegna a noi che possiamo ammirarla solo in una fotografia del passato.

Non anticiperemo nulla della vita di Éva e del suo diario, racconteremo solo che era perseguitata in vita dalle immagini della deportazione di una sua amica proprio quando anche lei correva verso lo stesso e indefinibile destino. Diremo solo che fu deportata infatti ad Auschwitz dove cercò animatamente di resistere e che la fine ineluttabile la raggiunse a opera del dottor Mengele: fu infatti portata alle camere a gas il 17 ottobre del 1944. Aveva solo 13 anni.

Éva, per la sua costanza nel trascrivere i fatti della sua vita nel suo diario, è stata soprannominata l’Anne Frank della Transilvania ma noi amiamo ricordarla come una ragazzina unica nel suo genere, speciale per sensibilità e intelletto, gioiosa e piena di vita a modo suo.

Sarebbe importante accostare alle altre letture in occasione della giornata della memoria anche il diario di Éva che è disponibile su amazon, ibs e giunti con il titolo di “Io voglio vivere. Il diario di Éva Heyman”. Pochi anni fa, inoltre, è stato dato il via a un progetto molto interessante dal punto di vista della comunicazione: la storia di Éva è diventata un profilo Instagram con il nome utente di “Eva.stories”. È la ricostruzione della vita di Éva, prima della deportazione”, come se avesse vissuto in un’epoca contrassegnata dall’esistenza dei social. Questo progetto consente soprattutto ai più giovani di entrare in contatto con maggiore empatia con le storie provenienti dell’Olocausto.

Teniamo bene a mente che ricordare è fondamentale per non permettere alla Storia di ripetersi nella sua tragicità ma comprende, da parte nostra, anche lo sforzo di trasformare le nostre energie in dinamiche positive per l’ambiente e la società.