“Custodire voci e volti umani”
di Luigi Schiano|
Oggi la Chiesa celebra San Francesco di Sales (1567-1622), patrono dei giornalisti e degli scrittori, ma anche dei sordi e dei sordomuti: un santo della parola che nasce dal silenzio, della scrittura che diventa carezza dell’anima.
Tra l’ottobre del 1588 e il gennaio del 1592 frequentò l’Università di Padova, dove si formò con rigore e passione, conseguendo a pieni voti la laurea in utroque iure – diritto civile e canonico – il 5 settembre 1591. In quelle aule, tra portici secolari e sapere universale, maturò quella profondità che avrebbe reso la sua parola limpida, accessibile, profondamente umana.
San Francesco di Sales ci ha lasciato tesori di alta spiritualità come la Filotea e il Teotimo, oltre a circa 20.000 lettere, segno di un dialogo continuo con le coscienze. La sua attenzione ai più fragili fu concreta e quotidiana: aveva un domestico sordomuto, Martino, al quale insegnò il catechismo e, soprattutto, ad amare Dio, dimostrando che il Vangelo passa anche senza voce, ma mai senza amore.
Proclamato Dottore della Chiesa nel 1877 da Pio IX, fu riconosciuto anche come protettore dei sordi, proprio da quel Papa che lo volle esempio luminoso di comunicazione autentica. Alla sua spiritualità si ispirarono grandi figure come San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani per l’educazione dei giovani, e Don Giuseppe Gualandi, che dedicò la sua vita ai sordomuti.
Canonizzato nel 1665 da Papa Alessandro VII, San Francesco di Sales continua ancora oggi a parlarci. In questo giorno si celebra anche la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Papa Leone XIV ha fatto sentire la sua presenza dolce e accorata con il suo messaggio, nel quale il Pontefice sottolinea come, oggi più che mai, abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.
Il Pontefice sintetizza come giornalisti e scrittori debbano agire liberando l’informazione da aggressività, fanatismo e dalla “guerra delle parole e delle immagini”. I giornalisti sono chiamati a essere costruttori di comunità, offrendo parole che edificano e ricuciono le ferite.
Inoltre ci sprona, come fin dal primo giorno del suo pontificato, a una comunicazione disarmata e disarmante: un approccio che rifiuta la violenza verbale e promuove la dignità umana e l’ascolto dei più deboli. Ci mette anche in guardia dall’uso delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale, che spesso finiscono per identificare l’essere umano come un algoritmo, sottolineando invece il ruolo cruciale dell’uomo e del lavoro professionale dei giornalisti contro le manipolazioni tecnologiche.
La tutela della libertà di stampa è un altro accorato appello che il Pontefice lancia, insieme a quello per la liberazione dei giornalisti incarcerati. La comunicazione deve creare cultura e dialogo, e non rispecchiare la “Torre di Babele” dei linguaggi faziosi.
Ogni giornalista, o apprendista giornalista, è chiamato con amore, cura dei dettagli e imparzialità a narrare gli eventi, prestando semplicemente la propria parola e il proprio contributo a un servizio primario quale è l’informazione.
Diceva San Francesco di Sales:
«Nella dieta dell’anima ci vuole una tazza di scienza, un barile di prudenza e un oceano di pazienza».
Che sia così per ogni persona che si affaccia al mondo della comunicazione.


