di Camillo Buono|
Questa domenica, davanti al mio caffè, mi accompagna un pensiero che negli ultimi tempi torna spesso a bussare. Forse è solo una mia impressione, oppure no. Ma ho la sensazione che troppe persone anziane ci stiano lasciando, una dopo l’altra, quasi senza darci il tempo di accorgercene davvero.
E qualcuno dirà: è la vita.
Ed è vero. Su questo non c’è molto da obiettare. Viviamo in un mondo che, da un lato, ha allungato la speranza di vita come mai prima d’ora e che, dall’altro, continua purtroppo a ricordarci quanto fragile sia l’esistenza, portandoci via anche troppe giovani vite. Un equilibrio crudele, difficile da accettare.
Ma il punto della mia riflessione oggi non è solo la morte in sé. È l’assenza che resta.
Quelle persone, con le loro storie, le loro abitudini, i loro racconti ripetuti mille volte, spesso vivono accanto a noi come se dovessero esserci per sempre. Entrano nei nostri giorni con una presenza silenziosa, costante, quasi scontata. E proprio per questo, nel momento in cui se ne vanno, la loro mancanza diventa improvvisamente insopportabile.
Gli anziani — o almeno così dovrebbe essere — dovrebbero rappresentare un punto imprescindibile di riferimento per chi viene dopo. Con le loro esperienze, con gli errori commessi e le battaglie vinte, con quella capacità unica di raccontare la vita senza filtri, senza fretta. Dovrebbero dare coraggio ai giovani, offrire prospettiva, ricordare che nulla nasce dal nulla.
E invece oggi, più che mai, mancano i luoghi dell’incontro.
Mancano i momenti semplici, quelli veri. I bar dove il giovane incontra l’anziano. Le panchine, le piazze, i silenzi condivisi. Mancano gli spazi in cui due vite così diverse possano sedersi allo stesso tavolo e parlarsi. Confrontarsi. Ascoltarsi.
Sono due mondi che avrebbero un disperato bisogno l’uno dell’altro.
I giovani per capire da dove vengono.
Gli anziani per sentire che ciò che hanno vissuto non è stato vano.
Perché in fondo la vita continua davvero solo così: sapendo cosa ha fatto chi ci ha preceduto, custodendo ciò che di buono ci ha lasciato e provando, con umiltà, ad aggiustare gli errori. Senza dimenticare. Senza voltare pagina troppo in fretta.
Forse dovremmo fermarci di più.
Offrire un caffè in più.
Fare una domanda in più.
Ascoltare una storia anche se la conosciamo già.
Perché un giorno, quando quella voce non ci sarà più, scopriremo che non eravamo pronti a perderla, proprio perché non avevamo mai davvero imparato a custodirla.
E davanti a questo caffè della domenica, oggi, mi resta addosso solo una certezza:
non diamo mai abbastanza tempo a chi, in silenzio, ci ha insegnato a vivere.

