La testimonianza di fede fino al martirio di San Ciro ci parla ancora oggi

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di Luigi Schiano|

I devoti accorrono da ogni parte dell’isola nella Chiesa del borgo del Ciglio a venerare il Santo Martire Egiziano.

Il 31 gennaio, giorno del Dies Natalis, della morte del Santo Medico, Eremita e Martire Ciro, è una data molto sentita, cara e scolpita nel cuore non solo per gli abitanti del borgo del Ciglio che, nella loro Chiesa, nella caratteristica pietra tufacea e nell’unicità della sorgente d’acqua presente in sacrestia, venerano l’artistica immagine settecentesca del Santo Medico recentemente restaurata, ma anche per quelli dell’intera isola, specialmente nel Tempio di Ischia Porto dedicato al Santo, eretto nel 1926 e divenuto sede parrocchiale nel 1967, dove i devoti si affidano alle cure del Santo in particolare gli ammalati nel corpo e nello spirito.

Il 31 gennaio, giorno della festività di San Ciro, già dall’inizio della prima Messa folle di fedeli riempiono la piccola Chiesa del Ciglio fino all’ultima Messa vespertina, segno tangibile di un grande attaccamento verso questo potente modello-intercessore presso Dio.

Il culto di San Ciro nella nostra Regione Campania si diffuse nel XVIII secolo grazie all’opera del missionario gesuita San Francesco de Geronimo, che propagò la devozione al Santo Medico Alessandrino portando con sé reliquie, e così anche nella nostra isola e, in modo primario, nel borgo del Ciglio, alla venerazione della Vergine Maria Assunta in cielo e a San Giacomo Apostolo si affiancò il culto di San Ciro già nella metà dell’Ottocento. Infatti, la Chiesa dedicata alla Madonna Assunta e a San Giacomo venne eretta alla fine dell’Ottocento, poiché il primo edificio, situato a pochi metri dall’attuale, andò distrutto nel terremoto del 28 luglio 1883.

L’antico edificio, che sorgeva a pochi metri da quello più moderno ed ospitava già la devozione al Santo Martire Ciro, a cui il popolo devoto si è sempre raccomandato per chiedere grazie e favori, ne sono testimonianza i tanti ex voto e le “lacrime da gent” che adornano la statua del Santo nei giorni delle processioni e nel giorno della sua festa liturgica. Questi non sono segni di ostentazione o di ricchezza, ma segni tangibili di grazie ricevute, miste a sangue, lacrime e ringraziamenti.

Chi era San Ciro? E perché viene ricordato con tre attributi: Medico, Eremita e Martire?

San Ciro d’Alessandria (III-IV sec. d.C.) è stato un medico ed eremita egiziano, venerato come Santo Martire e Protettore degli ammalati. Noto come “anargiro” perché curava gratuitamente i poveri, unì la professione medica alla fede cristiana, convertendo molti pagani. Nato ad Alessandria d’Egitto, esercitò la professione medica nel rione Orizim, offrendo cure gratuite ai poveri e guadagnandosi l’appellativo di anargiro (senza denaro). Ma alla cura del corpo San Ciro affiancava quella dell’anima, incitando alla preghiera e convertendo numerosi pagani al cristianesimo.

Durante la sanguinosa persecuzione di Diocleziano contro i cristiani (303-311 d.C.), Ciro si ritirò nel deserto, dove continuò a guarire le persone attraverso la preghiera e l’intercessione, divenendo un noto taumaturgo. Alla sua missione si affiancò anche un ex soldato, Giovanni, che divenne suo discepolo.

Nella città egiziana, nel frattempo, le persecuzioni contro i cristiani da parte dell’imperatore Diocleziano diventavano sempre più feroci. Ai due monaci eremiti giunse notizia che nella città di Canòpo, a pochi chilometri a est di Alessandria d’Egitto, tre fanciulle — Eudossia di 11 anni, Teodora di 13 anni e Teoctista di 15 anni — erano state arrestate insieme alla loro madre Atanasia con l’accusa di essere cristiane. Ciro e Giovanni si recarono così in città per sostenerle nella loro fede e nella loro testimonianza.

Il governatore, accortosi di loro, li fece subito imprigionare e durante il processo tentò di corromperli promettendo ricchezze e onori. Ma, vedendoli fermi nella testimonianza della loro fede, decise di decapitare sia i monaci che le quattro donne. Ciro e Giovanni vennero bastonati, bruciati con fiaccole e, per straziarli dal dolore, le loro carni piagate furono cosparse di aceto e sale. Era il 31 gennaio del 303 d.C.: i due monaci siglavano con il sangue la loro testimonianza di cristiani. Ecco perché divennero martiri, cioè testimoni non a parole ma con il sangue.

La fama di santità di Ciro si diffuse rapidamente, tanto che le sue reliquie furono portate a Roma e poi a Napoli, nella chiesa del Gesù Nuovo, dove è venerato insieme al soldato Giovanni e al Santo Medico del Novecento, Giuseppe Moscati. Il suo culto è diffuso in tutta la Campania, specialmente a Portici, dove è venerato come Patrono della città.

Ma la testimonianza di San Ciro, dopo 1700 anni dalla sua morte, è ancora viva ed attuale. Tanti sono i Paesi del mondo avvolti dai conflitti, come la Terra Santa, dove una nuova effusione di sangue produce nuovi martiri, vittime innocenti di un’insensata guerra. A noi, nel nostro continente, forse è chiesto un altro martirio, definito “bianco”, come la persecuzione quotidiana, il vivere in ambienti anticristiani, il sacrificio di una vita spesa per la fede.

San Ciro ci invita a seguire Cristo, vera Via di guarigione dell’anima e del corpo. Nell’iconografia, con il dito puntato verso il Crocifisso, ci indica la via maestra da seguire; si fa nostro amico e intercessore presso Dio per la guarigione dell’anima e dei mali del corpo che attanagliano questo nostro mondo. A lui chiediamo in modo particolare la guarigione del cuore da una fede fatta solo di parole ma senza testimonianza, e la pace del cuore nelle famiglie e nel mondo, distaccandoci dai beni materiali che non ci lasciano amare Dio. Solo così potremo dirci veri seguaci di San Ciro.