Il Caffè della Domenica: quando restare diventa sconveniente

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di Camillo Buono|

Questa domenica mattina, mentre dalla mia cucina sorseggio il consueto caffè e provo a scorrere qualche notizia sui social che abbia davvero un senso, mi imbatto in un post pubblicato da Maria Piramo.
Le sue parole mi saltano agli occhi e mi restano attaccate alla mente. Non perché siano dure, ma perché sono vere.
E la verità, quando arriva senza filtri, fa rumore anche quando viene detta sottovoce.

Il contenuto del suo post è il seguente:

La cosa più triste sapete qual è?

Che sull’isola di Ischia, nell’80% delle strutture alberghiere e ristorative, troverete chef e brigate per la stragrande maggioranza formate da stranieri, perché quelli sono rimasti.

E non è vero che il personale non si trova: quello che non si trova sono gli schiavi.

E non è vero che vogliono fare tutti gli ingegneri, perché siamo in tantissimi a lavorare nel mondo della ristorazione, solo che abbiamo preferito andare fuori dall’Italia.

E no, non è solo per i soldi.

Si tratta di qualità lavorativa. Si tratta di poter fare questo mestiere senza dover rinunciare alla vita.

E questo, purtroppo, cari imprenditori ischitani, voi non l’avete saputo fare.

Ma non vi giudico, vi capisco: avete ereditato proprietà, imprese e soldi.

Siete cresciuti senza ambizioni, perché con la pancia piena e senza calli sotto le mani il sonno vi ha portato più a dormire che a sognare.

Avete giudicato la mia generazione come quella senza voglia di lavorare, quando la realtà è che voi non avete dovuto affrontare nulla di quello che abbiamo affrontato noi.

E quindi, signori miei, se a Ischia vi trovate a mangiare nu coniglio fatto da un bangladino, non dite che i giovani di Ischia non hanno più voglia di lavorare.

Semplicemente sono andati a lavorare altrove. E di fatto, in questo periodo, l’isola è deserta.

Pensate solo che nell’azienda dove lavoro io, in Svizzera, durante la stagione invernale siamo 30 ischitani. E ho detto tutto.

Davanti a questo post, forse, dovremmo fermarci un attimo e allargare lo sguardo.
La domanda non riguarda più soltanto i giovani che se ne vanno, o i figli di quest’isola costretti a cercare altrove dignità e futuro.

La domanda riguarda Ischia stessa.

Perché Ischia, anno dopo anno, sta diventando un’isola vissuta a metà.
Una metà piena, affollata, rumorosa, che esplode tra giugno e settembre, quando arrivano i turisti.
E un’altra metà vuota, silenziosa, spenta, che per il resto dell’anno si svuota di persone, di lavoro, di servizi, di prospettive.

Un’isola che sembra ormai pensata più per chi arriva che per chi resta.
Più per essere consumata che per essere abitata.
E dove vivere dodici mesi all’anno rischia di diventare non solo difficile, ma perfino sconveniente, soprattutto per i giovani che vogliono lavorare senza essere sfruttati.

Allora la vera domanda non è soltanto se Ischia voglia ancora i suoi giovani.
La vera domanda è se Ischia voglia ancora essere una comunità, o se abbia scelto di diventare soltanto una destinazione stagionale.

Perché senza giovani, senza famiglie, senza lavoro dignitoso, un’isola non muore d’estate.
Muore lentamente d’inverno.
Quando le luci si spengono, le serrande si abbassano e resta il silenzio a ricordarci che un luogo senza vita continua non è più una casa, ma solo una cartolina.

Ed è con questa riflessione che lascio il mio caffè a metà, con un pizzico d’amaro nell’anima.