di Luigi Schiano|
Oggi, Venerdì dopo le Ceneri, alle ore 18.00, il Pio Esercizio della Via Crucis nella Chiesa Parrocchiale S. Maria del Carmine a Serrara.
La pratica della Via Crucis, intesa come esercizio spirituale e meditativo, rappresenta uno degli esiti più significativi della pietà medievale, configurandosi come una sintesi tra la dimensione storica del pellegrinaggio e quella mistica della conformità a Cristo. La sua evoluzione non è stata un processo lineare, ma il frutto di una stratificazione devozionale che ha visto nel Medioevo il suo momento di massima “fioritura teologica”, spostando l’enfasi dalla semplice memoria dei luoghi alla partecipazione interiore al mistero della Passione.
Le origini storiche del rito affondano le radici nel desiderio dei fedeli di ripercorrere i passi di Gesù a Gerusalemme. Già nel IV secolo, la pellegrina Egeria († 384 circa) descriveva nelle sue cronache le processioni liturgiche nei luoghi della Passione, ma è nel cuore del Medioevo che tale pratica si distacca dalla geografia fisica della Terra Santa per diventare un esercizio spirituale riproducibile ovunque. Fondamentale, in questo senso, fu l’apporto dei Frati Minori, i quali, dopo aver ottenuto la custodia dei Luoghi Santi nel XIV secolo, promossero in tutta Europa la costruzione di rappresentazioni visive della Via Dolorosa, permettendo a chi non poteva recarsi in Palestina di compiere un pellegrinaggio spirituale.
Sotto il profilo strettamente teologico, la meditazione sulla Passione subì una trasformazione radicale a partire dall’XI secolo. Precedentemente, l’enfasi era posta quasi esclusivamente sul Cristo Trionfatore (Christus Triumphans), vincitore della morte. Con l’avvento della cosiddetta “mistica affettiva”, l’attenzione si spostò sull’umanità sofferente di Gesù (Christus Patiens). Uno dei primi grandi architetti di questa sensibilità fu Anselmo d’Aosta († 1109), il quale, nel suo Cur Deus Homo, sviluppò la dottrina della soddisfazione vicaria, fornendo la base dogmatica per comprendere il valore infinito di ogni singola goccia di sangue versata lungo il percorso verso il Golgota.
Successivamente, Bernardo di Chiaravalle († 1153) impresse una direzione decisiva alla pietà medievale attraverso la sua teologia delle piaghe e dell’umanità di Cristo. Per Bernardo, la meditazione sulla Passione non era un mero esercizio intellettuale, ma la via privilegiata per accedere all’amore divino. Egli sosteneva che la sofferenza di Cristo fosse la prova suprema della carità di Dio, invitando il fedele a un’imitatio Christi che partisse proprio dall’identificazione con il dolore fisico e morale del Redentore. Questa linea fu ulteriormente radicalizzata da Francesco d’Assisi († 1226), la cui esperienza delle stimmate rappresentò, per la teologia del tempo, la validazione definitiva della Via Crucis come cammino di trasformazione ontologica: l’uomo non deve solo guardare la Croce, ma deve esservi confitto con Cristo.
Nella scolastica matura, Bonaventura da Bagnoregio († 1274) offrì una sistematizzazione dottrinale di rara profondità nel suo Lignum Vitae. Bonaventura interpretò le stazioni della Passione come gradi di un’ascesa mistica in cui la memoria della sofferenza purifica l’anima e la prepara all’unione con Dio. Nello stesso periodo, Tommaso d’Aquino († 1274) analizzò la Passione nella Summa Theologiae, spiegando come ogni atto della Via Dolorosa fosse “efficiente” per la salvezza umana non solo per il dolore in sé, ma per l’infinita carità con cui Cristo lo accettava. Tommaso chiarì che la Passione è l’esempio perfetto di ogni virtù: dalla pazienza nel portare la croce all’umiltà nelle cadute, fino alla carità suprema del sacrificio.
Verso la fine del Medioevo, questa corrente di pensiero confluì nel movimento della Devotio Moderna, di cui Tommaso da Kempis († 1471) fu l’esponente più celebre. Nel suo trattato De Imitatione Christi, la Via Crucis diventa l’unica strada sicura per il discepolo: egli scrive che nella croce vi è la salvezza, nella croce vi è la vita e nella croce vi è la protezione dai nemici. Il significato teologico della Via Crucis si compie dunque in questa interiorizzazione definitiva, dove le tappe del percorso esterno diventano le tappe della purificazione del cuore.
La teologia medievale della Via Crucis non si limita alla narrazione storica di un evento passato, ma lo interpreta come una realtà perennemente attuale e accessibile. Attraverso il contributo di santi e dottori, il cammino della croce è stato elevato da semplice pratica di pietà popolare a struttura portante della vita spirituale, inteso come lo spazio metafisico in cui la miseria umana incontra la misericordia divina e in cui il credente, attraverso la partecipazione al dolore, è introdotto alla gloria della Risurrezione.
Sulla scia di queste spiegazioni teologiche, in ogni Chiesa, attraverso i quattordici quadri, le quattordici stazioni venivano quasi narrate in modo vivo, con le immagini, i vari episodi riferiti a ciascuna stazione. Anche sull’isola sono presenti tante belle raffigurazioni della Via Crucis; tra queste merita menzione la Via Crucis presente nella Parrocchia Santa Maria la Porta a Piedimonte, recentemente restaurata. Le stazioni della Via Crucis, in legno intagliato e dipinto, sono affisse lungo le pareti della chiesa, opera di artigiani campani attivi nel primo quarto del XX secolo.
Ricopriamo anche noi, in questo cammino quaresimale appena avviato, il Pio Esercizio della Via Crucis che, dalla condanna a Pilato, ci proietta verso il sepolcro e la successiva Resurrezione di Cristo.

