Il 5 marzo di ogni anno Ischia guarda al suo concittadino e patrono illustre, San Giovan Giuseppe della Croce, “il più bel fiore d’Aenaria”

Published by

on

di Luigi Schiano|

L’isola d’Ischia, negli oltre mille anni dalla fondazione della sua Diocesi con il primo Vescovo Pietro, ha avuto la grazia di avere tante figure di santità, sia di persone religiose facenti parte di ordini e sacerdoti, sia anche tanti laici: uomini e donne che con semplicità e gratuità hanno cercato nella loro vita di seguire Cristo Divino Maestro nella via di una vita in perfetta armonia con le sue leggi. Però tra questi tanti “santi non riconosciuti” spicca, per la sua immensa santità, un unico Santo ischitano: Giovan Giuseppe della Croce, al secolo Carlo Gaetano Calosirto, che seguì la regola francescana di San Pietro d’Alcantara, il cosiddetto ramo francescano degli Alcantarini, divenendo sacerdote, maestro dei novizi, direttore di coscienze e, quando agli inizi del Settecento dal ramo spagnolo si formò la nuova provincia alcantarina italiana, fu eletto primo provinciale.

Nella Chiesa Collegiata dello Spirito Santo, che è anche il Santuario di San Giovan Giuseppe della Croce, fulcro della devozione del Santo ischitano, è conservata la statua settecentesca del Santo. In occasione del novenario in preparazione alla sua solennità liturgica, nei giorni antecedenti il 24 febbraio, l’urna contenente i suoi resti mortali, conservata nella Chiesa Conventuale di Sant’Antonio alla Mandra, viene traslata nella Chiesa dello Spirito Santo, dove ogni sera una comunità dell’isola partecipa al solenne novenario.

Il giorno della solennità di San Giovan Giuseppe della Croce, il 5 marzo, dalle ore 7.00 la celebrazione delle Sante Messe scandisce questo giorno che sfocia nel solenne pontificale celebrato dal Vescovo d’Ischia S.E. Mons. Carlo Villano e dal clero ischitano alle ore 9.30. Alle 12.00 la Santa Messa con la supplica al Santo e lo sparo di 21 colpi sancisce il transito del Santo dalla Terra al Cielo. Nel pomeriggio vengono celebrate le Sante Messe al Castello alle ore 15.30 e alla Chiesa di San Giovan Giuseppe alla Mandra alle ore 16.00. La Santa Messa solenne delle ore 18.30 sarà presieduta dal Ministro Provinciale dei Frati Minori P. Carlo D’Amodio; al termine dell’atto di affidamento dell’isola al Santo l’urna, in processione, sarà traslata alla Chiesa Conventuale di Sant’Antonio alla Mandra.

Ma chi era Giovan Giuseppe della Croce?

Carlo Gaetano Calosirto nacque a Ischia il 15 agosto 1654, terzo figlio del nobile Giuseppe e di donna Laura Gargiulo. Venne alla luce nella casa di una popolana di Ischia Ponte perché sua madre, mentre stava rientrando a casa, fu colta dalle doglie.

Cosa spinge un uomo ricco ad occuparsi dei poveri? Forse una madre che gli insegna a essere generoso con i derelitti? Forse un maestro che gli insegna il catechismo? Oppure la lettura dei libri che parlano di Gesù e dei santi? O, ancora, un’inclinazione personale per la carità verso i più deboli? Potrebbe essere una voce che arriva dal Cielo e che parla al cuore: prima sussurra piano, poi alza il tono, infine urla per farsi ascoltare. Urla che c’è gente che soffre ed ha bisogno d’aiuto.

Tutto questo è capitato a Carlo Gaetano Calosirto, un bambino nato da una nobile famiglia che vive in un castello. Mamma Laura Gargiulo gli insegna a essere buono con i poveri. Il bambino si rifugia in una stanza da solo per pregare e leggere libri sacri, ma anche per creare, con del filo, bottoni da rivendere per aiutare i poveri. Non sopporta le cattive parole e, quando un fratello gli dà uno schiaffo, invece di reagire s’inginocchia e prega.

A soli quindici anni, cambiando il suo nome in Giovan Giuseppe della Croce, entra nel convento di Santa Lucia al Monte di Napoli. Il ragazzo indossa il ruvido saio dei monaci francescani: solo e sempre lo stesso per tutta la vita, tanto rattoppato da essere soprannominato “Padre centopezze”.

Di carattere mite, incline all’obbedienza, frequentò nell’isola i padri agostiniani, da cui ricevette la prima formazione umanistica e religiosa. A quindici anni si sentì attratto dalla vita austera dei Frati Minori Scalzi della Riforma di San Pietro d’Alcántara, detti Alcantarini, dipendenti dal convento di Santa Lucia al Monte a Napoli.

Nel giugno 1670 fu accolto in quel convento. Il 23 dello stesso mese cominciò il noviziato, sotto la guida ascetica di padre Giuseppe Robles. Cambiò nome in fra Giovan Giuseppe della Croce. Il 24 giugno 1671 emise la professione religiosa.

Il 12 luglio 1674 fu inviato, il più giovane in un gruppo di undici frati, presso il santuario di Santa Maria Occorrevole a Piedimonte d’Alife, per la costruzione di un nuovo convento. Divenne sacerdote il 18 settembre 1677. Durante la sua permanenza a Piedimonte fece costruire, in una zona più nascosta del bosco, un altro conventino detto “La Solitudine”, ancora oggi meta di pellegrinaggi, per poter pregare più in disparte.

A partire dal 1697 fu maestro dei novizi a Napoli e guardiano del convento di Piedimonte d’Alife. Ebbe poi lo stesso incarico a Santa Lucia al Monte e a Santa Maria Capua Vetere. Oltre a questo si adoperò per la costruzione del convento di San Pasquale al Granatello a Portici, in provincia di Napoli.

Agli inizi del 1700 il movimento francescano subì una tempesta organizzativa dovuta ai forti dissensi sorti fra gli Alcantarini spagnoli e quelli italiani, circa duecento, che erano la maggioranza. Con l’approvazione pontificia avvenne la separazione in province religiose: gli spagnoli ottennero i conventi di Santa Lucia al Monte e di San Pasquale.

Padre Giovan Giuseppe, il 16 aprile 1703, fu eletto ministro provinciale degli Alcantarini italiani. Cercando di superare le difficoltà che venivano poste dai confratelli spagnoli, richiamò gli altri a una vita più rispettosa della Regola e riordinò gli studi.

Scaduto il suo mandato dopo tre anni, ebbe dall’arcivescovo di Napoli, il cardinale Francesco Pignatelli, l’incarico di dirigere settanta tra monasteri e ritiri napoletani. Uguale incarico ebbe anche dal cardinale Innico Caracciolo per la diocesi di Aversa.

Il suo saio rattoppato divenne proverbiale, tanto da attribuirgli il soprannome di “frate cento pezze”. Essendo qualificato direttore di coscienze, a lui si rivolsero celebri ecclesiastici e nobili illustri. Gli furono attribuiti doni singolari, come apparizioni della Madonna e di Gesù Bambino, la bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori e la levitazione: fu visto passare per le strade di Napoli sollevato di un palmo da terra, in stato di estasi. Chiamato poi al capezzale del marchesino Gennaro Spada, gli ridiede la vita.

Il 22 giugno 1722, con decreto pontificio, i due rami degli Alcantarini furono riuniti. Anche il convento di Santa Lucia al Monte ritornò ai frati italiani. In quel luogo padre Giovan Giuseppe visse per altri dodici anni e morì il 5 marzo 1734.

La sua tomba posta nel convento divenne centro di devozione dei napoletani, che lo elessero loro compatrono nel 1790.

Beatificato da Papa Pio VI il 24 maggio 1789, fu canonizzato da Papa Gregorio XVI il 26 maggio 1839, insieme ad altri quattro Beati: Francesco de Geronimo, Alfonso Maria de’ Liguori (entrambi lo avevano conosciuto e avevano ricevuto i suoi consigli), Pacifico di San Severino e Veronica Giuliani.

Nel 1963 la Sacra Congregazione dei Riti lo proclamò patrono principale della Diocesi di Ischia. È inoltre patrono del Comune di Ischia, patrono secondario di Casamicciola Terme e uno dei 52 compatroni della città di Napoli.

Nel borgo Totari di Alife, il martedì in Albis, il santo è festeggiato presso il santuario di Santa Maria Occorrevole, sulle alture di Piedimonte Matese, con il tradizionale pellegrinaggio a piedi lungo un antico sentiero in pietra, in prossimità dell’antico convento francescano.

L’isola d’Ischia, che sempre lo ha venerato e amato come suo carissimo e grande figlio, lo onora come suo compatrono insieme a Santa Restituta Vergine e Martire d’Africa. La sua festa patronale cade la prima domenica di settembre.

Proprio per il suo legame con Ischia, dove tornò solo due volte (una per assistere la madre malata, una per le proprie ragioni di salute), fu richiesto dal Vescovo di allora Filippo Strofaldi che le sue spoglie venissero trasferite da Santa Lucia al Monte al convento ischitano dei Frati Minori.

Così, dopo una peregrinazione temporanea nel 1985, le sue reliquie sono state definitivamente traslate il 30 settembre 2003 nella chiesa conventuale dei Frati Minori di Sant’Antonio alla Mandra, in Ischia Ponte.

A lui nella nostra isola sono poi intitolate una cappella nel Castello Aragonese di Ischia, la Chiesetta di San Giovan Giuseppe alla Mandra, la Collegiata dello Spirito Santo nel Santuario di San Giovan Giuseppe della Croce. In terraferma una chiesa parrocchiale, risalente agli anni ’80 del secolo scorso, nel borgo Tofari di Alife, di cui pure è patrono. Anche la casa dove nacque è meta di pellegrinaggi. Infine, l’Unità Pastorale di Alife porta il suo nome.

Buona festa a tutti gli ischitani, agli emigrati, specialmente quelli di Mar del Plata in Argentina, che in un unico coro commosso, anche se lontani, elevano ringraziamenti a Dio per il dono di San Giovan Giuseppe.

Nella lettera al fratello Tommaso Antonio Calosirto, che riporterò alla fine di questo scritto, fra Giovan Giuseppe rimproverava con l’animo triste gli ischitani suoi conterranei nella loro indole litigiosa. A distanza di 331 anni non è cambiato molto e il messaggio di fra Giovan Giuseppe è attualissimo.

Guardiamo a questo esempio di santità e chiediamo a lui, guida e modello di tanti suoi contemporanei, il dono dell’umiltà del cuore, del parlare disarmato, dell’essere pacifici: solo così potremo vantarci di essere concittadini di un illustre esempio di santità.

“Apprendo da fra Rufino che ad Ischia vi sono delle tribolazioni. Questa cosa non mi fa meraviglia, poichè quando il fuoco cova in un posto, non può stare molto tempo senza esalare! E piacesse a Dio che il fuoco di Ischia fosse solo materiale, causato dalle esalazioni sulfuree di cui è piena! Ma poveri isolani, che non conoscendo questo fuoco ne accendono uno sempre nuovo con il vento della superbia, tirato fuori dalla pietra infernale dell’odio, che produce continuamente scintille e si va accendendo dappertutto, per trovare legna secca pronta a bruciarsi. Se pensassero ai loro antenati e vedessero gli incendi che patiscono e patiranno all’Inferno, come cesserebbero di soffiare quel vento e di suscitare scandalo.
Dove ha regnato questo vizio, vi è un segno molto chiaro: si fa il contrario di questo, cioè non si fa del bene a chi ti fa del male e non si ama col cuore chi ti odia.” […] – (lettera di San Giovan Giuseppe al fratello Tommaso Antonio Calosirto – 22 novembre 1695)