Il Caffè della Domenica: la bussola della fede

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di Camillo Buono|

La domenica mattina ha un sapore particolare.
C’è il caffè caldo tra le mani, il silenzio che lentamente lascia spazio alla vita del paese e quel momento di pausa prima di uscire di casa per andare a Messa.

È il mio piccolo gesto da cristiano. Un passo semplice, forse imperfetto, ma sincero, che ogni domenica mi riavvicina alla fede.

E ogni volta mi sorprendo a pensare ad una cosa.

La nostra comunità, tutto sommato, può dirsi ancora fortunata. Nelle nostre chiese ci sono ancora fedeli, famiglie, bambini che partecipano alla Santa Messa. È un segno che qualcosa resiste.

Ma non ovunque è così.

In molte realtà le chiese si svuotano, i banchi restano vuoti e i fedeli, lentamente, si smarriscono. Non sempre per scelta, spesso per disorientamento. Perché quando vengono meno i punti di riferimento anche la fede, che dovrebbe essere un porto sicuro, rischia di diventare una rotta incerta.

Ed è proprio questo che mi porta alla riflessione di oggi.

Nei giorni scorsi ha fatto discutere la partecipazione del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, alla celebrazione dell’Iftar a Bologna, il pasto che segna la fine del digiuno quotidiano durante il Ramadan. Con lui erano presenti anche il sindaco Matteo Lepore e l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, insieme alla comunità islamica bolognese.

Durante l’incontro, il cardinale ha spiegato così la sua presenza:
«Essere credenti vuol dire essere fratelli e dialogare, camminare insieme, imparare a conoscersi e a rispettarsi».

Parole nobili, che parlano di dialogo e di fraternità.

E sia chiaro: il rispetto tra religioni è un valore fondamentale. In un mondo attraversato da tensioni e conflitti, il dialogo è spesso l’unica strada possibile.

Il punto, però, non è il rispetto.
Il punto è la chiarezza.

Perché il dialogo tra religioni è una cosa. La loro sovrapposizione è un’altra.

Il cristianesimo e l’islam sono due realtà profondamente diverse per storia, teologia e visione del rapporto tra Dio e l’uomo. Riconoscere questa differenza non significa alimentare divisioni, ma semplicemente prendere atto della verità.

Possiamo dialogare.
Possiamo convivere.
Possiamo rispettarci profondamente.

Ma non tutto deve necessariamente mescolarsi.

Quando chi rappresenta un’autorità nella Chiesa compie gesti che possono essere percepiti come una confusione tra simboli e tradizioni religiose, il rischio è quello di generare smarrimento proprio tra quei fedeli che già oggi vivono una fede fragile, spesso messa alla prova da una società sempre più distante dalla dimensione spirituale.

La Chiesa è un’istituzione che attraversa duemila anni di storia. La sua forza non è mai stata quella di adattarsi a tutto, ma quella di rimanere fedele alla propria identità.

Non è chiudendosi che si costruisce il dialogo.
Ma nemmeno diluendo ciò che si è.

Il Vangelo ci consegna una delle parole più grandi mai pronunciate:
“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

È un messaggio universale, che parla a tutti gli uomini.

Ma l’amore non chiede di rinunciare alla propria identità.
Anzi, la rafforza.

Non sono certo io il fedele modello, né ho la presunzione di fare prediche. La mia è soltanto una riflessione semplice, da cristiano che guarda alla propria Chiesa con affetto ma anche con qualche interrogativo.

Perché se è vero che dobbiamo camminare insieme agli altri popoli e alle altre religioni, è altrettanto vero che ognuno deve farlo rimanendo se stesso.

Altrimenti il rischio è che, nel tentativo di avvicinare tutti, si finisca per smarrire la propria bussola.

E quando una bussola si smarrisce, anche la rotta della fede può diventare incerta.

E ora è meglio finire il mio caffè prima che diventi freddo…
e con lui svanisca anche la voglia di berlo.