Iran, 47 anni dopo: il ricordo di una fuga dal Golfo Persico e il sogno della libertà

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di Adele Jacono|

Le bandiere non dovrebbero servire a dividere, ma a ricordarci che dietro quei colori e quel pezzo di stoffa spesso si cela la libertà dei popoli, quella libertà guadagnata con il sangue di chi ci ha preceduto.

È così che immagino che, come oggi in molti luoghi si espone la bandiera palestinese per richiamare il diritto di un popolo a vivere libero, allo stesso modo si potrebbero esporre anche le bandiere dell’Iran sugli edifici, inclusi quelli pubblici come i Comuni, che rappresentano lo Stato a livello locale. Non come segno di schieramento nei conflitti, ma come gesto di vicinanza verso un popolo – e soprattutto verso le donne – che chiede libertà.

La libertà di vivere, di esprimersi, di scegliere il proprio destino senza la paura della guerra o delle bombe.

Per questo, fino a ieri, passando davanti alla casa comunale di Serrara e vedendo esposta una bandiera iraniana, poi subito tolta, avevo pensato che forse i pregiudizi legati alle piccole dinamiche della politica potessero essere messi da parte, lasciando spazio a uno sguardo più libero sulle vicende internazionali.

L’8 marzo, mentre tutti festeggiavano le donne tra mimose e celebrazioni spesso ipocrite, mi sono fermata a pensare e a ricordare.

Tutti quelli che mi conoscono, al massimo, mi considerano “strana”. Dopo aver partecipato a lungo alla vita del paese mi sono ritirata nelle mie quattro mura.

Ma quella bandiera mi ha colpito e mi ha spinto a raccontare quello che ho vissuto tanti anni fa.

Ero in Iran tra gennaio e febbraio del 1979 su una petroliera battente bandiera liberiana. Era un viaggio tranquillo dalle Antille all’Iran per trasportare petrolio destinato alle grandi raffinerie americane. Il viaggio dal Centro America al Golfo Persico era stato bellissimo, tra delfini e balene.

Arrivati a Kharg Island cominciò la fase di caricazione, che sarebbe dovuta durare due giorni. Ma dopo il primo giorno iniziarono strani movimenti: tutto venne improvvisamente fermato ed elicotteri e navi militari circondarono la petroliera. A noi ragazze fu chiesto di rimanere nelle cabine.

Nei porti, di consuetudine, le stazioni radio erano chiuse e sigillate e normalmente si utilizzavano le radio portuali per comunicare. E fu così che, vista la situazione, durante la notte il personale di bordo ruppe i sigilli ed entrò nella stazione radio per contattare la sede centrale della compagnia.

In quel momento venne stabilito un contatto con la Marina degli Stati Uniti, che ordinò immediatamente di rompere gli ormeggi e fuggire nel momento del cambio delle navi che controllavano la petroliera. In poco tempo i cavi di ormeggio furono tagliati e la petroliera partì, a luci spente e in completo silenzio radio.

Dopo poco la nave venne affiancata da unità della flotta U.S. Navy, che ci scortarono in acque più sicure oltre lo stretto di Hormuz.

Non mi piace ricordare quei momenti, né le cose che ho visto in quel paese.

Erano giorni confusi, giorni in cui l’Iran stava cambiando per sempre. Proprio in quelle settimane del 1979 la rivoluzione che aveva rovesciato lo Scià stava portando alla nascita della Repubblica islamica guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. Pochi mesi dopo, con un referendum popolare, l’Iran sarebbe diventato ufficialmente una Repubblica islamica, inaugurando un sistema politico fondato sul potere religioso e sulla legge islamica.

Sono passati quarantasette anni da allora. Quarantasette anni di una Repubblica islamica che ha segnato profondamente la vita di quel popolo e che ancora oggi, per molti iraniani – soprattutto per tante donne e tanti giovani – rappresenta un limite alla libertà di espressione e di vita.

Sono passati quarantasette anni, ma rivedo ancora quei momenti. Una petroliera carica solo a metà è una bomba che può esplodere facilmente. Ricordo ancora le facce dell’equipaggio quando finalmente ci sentimmo al sicuro, ma soprattutto la gioia dell’arrivo fuori dallo stretto di Hormuz.

Di quei momenti non si parla mai. Né con mio marito né con gli altri che erano a bordo in quei giorni. Si evita accuratamente ogni riferimento.

Eppure quella bandiera, tolta da una finestra, mi ha fatto ricordare e rivivere tutto.

Da donna vorrei che tutte le donne potessero esprimersi liberamente, ovunque siano nate e ovunque vivano.

Oggi chiedo solo di fermarsi a riflettere: su tutti quei giovani uccisi in guerre che non condivido e su tutte quelle donne distrutte nel corpo e nella mente.

Ormai, da nonna, penso che la pace sia l’unica cosa che nessuno può davvero garantire.