di Camillo Buono|
l mio caffè della domenica, quello bevuto lentamente in veranda, ha sempre un sapore diverso. È un piccolo rito che mi accompagna in questo periodo ogni settimana, quasi un momento sospeso tra il silenzio del mattino e il lento risveglio della giornata.
Stamattina, il calore tiepido del sole mi ha aiutato a riprendere il ritmo della giornata senza fretta. Non troppo velocemente. Il tepore della veranda accompagna delicatamente quella fase di risveglio in cui la mente comincia a mettere insieme pensieri, immagini e riflessioni.
E mentre sorseggiavo il caffè guardando i colori di una leggera primavera che inizia a farsi notare, ho pensato a quanto l’isola d’Ischia, proprio in questi giorni, stia vivendo una sorta di risveglio collettivo.
Con l’avvicinarsi della Pasqua, infatti, sull’isola si rimette tutto in movimento.
Da sempre la Pasqua rappresenta, in qualche modo, l’avvio della stagione turistica.
E così cominciano i preparativi: si riaprono cancelli, si sistemano giardini, si ridipingono facciate, si lucidano insegne. Alberghi, bar e ristoranti tornano lentamente a prepararsi per accogliere i turisti che, come ogni anno, arriveranno a scoprire o riscoprire la nostra isola.
È giusto. È sacrosanto.
Il turismo è stato e continua ad essere il cuore dell’economia di Ischia. Prepararsi al meglio per accogliere chi sceglie la nostra terra è un dovere, prima ancora che un’opportunità.
Eppure, osservando questo fermento che torna puntuale ogni anno, viene spontaneo chiedersi se questo sia davvero il modello di vita che l’isola — e soprattutto gli isolani — meritano.
Negli ultimi anni sembra essersi affermato sempre di più un trend: aprire strutture ricettive, bar e ristoranti per il minimo strettamente necessario al turismo e poi, appena la stagione finisce, abbassare le saracinesche.
Così accade che dopo il grande movimento dei mesi estivi l’isola scivoli lentamente nel silenzio dell’inverno. Molte attività chiudono, i ristoranti aperti diventano pochi, i luoghi di incontro si riducono al minimo.
Non conviene restare aperti solo per gli isolani, si dice. E probabilmente, dal punto di vista economico, è anche vero.
Ma il rovescio della medaglia è sotto gli occhi di tutti.
Quando il lavoro si concentra in pochi mesi l’anno, tanti ragazzi e tante ragazze non riescono a trovare stabilità e finiscono per cercare altrove il proprio futuro.
E così succede qualcosa di paradossale: durante l’inverno i giovani lasciano l’isola perché non trovano lavoro, mentre d’estate gli albergatori faticano sempre più a trovare personale.
È il segno di un equilibrio che rischia di diventare fragile.
Ridurre il tempo del turismo non è una grande opportunità per Ischia. Al contrario, può diventare un danno enorme.
La nostra isola ha sempre avuto tanto da offrire anche nei mesi di bassa stagione: il clima mite, le terme, i sentieri del Monte Epomeo, i paesaggi, la cultura, le tradizioni.
Forse la vera sfida non è comprimere la stagione turistica, ma allargarla.
Non diminuire i mesi di attività, ma aumentarli. Non vivere soltanto d’estate, ma costruire un’isola capace di accogliere e vivere dodici mesi l’anno.
Perché un’isola che vive soltanto per pochi mesi e poi si spegne lentamente rischia, prima o poi, di diventare davvero un’isola fantasma.
E mentre finisco il mio caffè della domenica, seduto nella quiete della veranda, mi ritrovo a pensare proprio a questo:
forse il vero futuro di Ischia non è correre dietro al turismo estivo, ma imparare a vivere tutto l’anno.
Perché un’isola viva non è quella che si riempie solo d’estate.
È quella che continua a vivere anche quando i turisti se ne vanno.

