di Luigi Schiano|
Oggi la Chiesa Cattolica celebra la solennità di San Giuseppe, Sposo di Maria Santissima, Padre putativo di Gesù e Patrono della Chiesa universale. San Giuseppe, il più grande dei Santi che la Chiesa veneri dopo la SS. Vergine, era di stirpe reale, ma decaduta. La sua vita sublime rimase nascosta e sconosciuta.
È bello analizzare gli aggettivi che sovrastano questa figura immensa di santità:
Un uomo giusto
La prima definizione di Giuseppe che incontriamo nel Vangelo di Matteo è “giusto”. Il promesso sposo di Maria, davanti all’inesplicabile gravidanza della sua fidanzata, non pensa al proprio orgoglio o alla propria dignità ferita: pensa invece a salvarla dalla cattiveria della gente, a salvarla dalla lapidazione a cui poteva essere condannata. Non vuole ripudiarla pubblicamente e pensa di licenziarla in segreto. Ma subito, in quella comprensibile angoscia, in quella sofferenza, l’amore di Dio arriva a sollevarlo: un angelo viene a parlargli, ad ispirargli la scelta più giusta, che è sempre quella di non aver paura: “Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù” (Mt 1,20).
Un uomo obbediente
Un angelo accompagna Giuseppe nei momenti più difficili della sua vita, e l’atteggiamento di Giuseppe davanti alle parole del messaggero celeste è sempre di fiduciosa obbedienza: prende Maria come sua sposa e, quando l’angelo, dopo la nascita di Gesù, torna ad avvertirlo del pericolo della persecuzione di Erode, fugge di notte con la sua famiglia in Egitto, un paese straniero, dove deve ricominciare tutto da capo, procurarsi nuovamente un lavoro (da Matteo, al capitolo 13, apprendiamo anche del suo mestiere d’artigiano, quando gli abitanti di Nazareth, scettici, si domandano: “Non è forse il figlio del carpentiere?”), riguadagnarsi la fiducia dei vicini. E quando l’angelo torna ancora ad avvisarlo della morte di Erode e gli ingiunge di tornare nel paese d’Israele, prende con sé moglie e figlio e si rifugia in Galilea, a Nazareth, ancora su consiglio dell’angelo.
Padre putativo
È indubbio che Giuseppe abbia amato Gesù con tutta la tenerezza che un padre ha per il proprio figlio: tutto ciò che Giuseppe fa è per proteggere ed educare questo misterioso bambino, obbediente e saggio, che gli è stato affidato. Educare Gesù: l’immensa sproporzione del compito di dire al Figlio di Dio ciò che è giusto e ciò che non lo è. Deve essere stato umanamente difficile, dopo averlo cercato angosciosamente per tre giorni, durante i quali, senza avvertire né lui né sua madre, Gesù era rimasto nel tempio a discutere con i dottori della legge, sentir dire a quel ragazzino dodicenne: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma forse è lo smarrimento che ogni padre prova quando si accorge che i propri figli non gli appartengono e che il loro destino è nelle mani di Dio.
Protettore dei morenti
Giuseppe non appare in nessuno dei quattro Vangeli durante la vita pubblica di Gesù, né sul Calvario né al momento della Resurrezione. Se ne può dedurre perciò che sia morto prima che Gesù iniziasse la sua predicazione. Secondo la tradizione, Giuseppe sarebbe morto avendo accanto a sé Maria e Gesù, e per questa ragione è invocato anche come protettore dei morenti, dal momento che tutti noi preghiamo di lasciare questa terra avendo accanto Gesù e sua Madre.
Giuseppe è stato padre di Gesù, pur non avendolo generato; nei racconti dei Vangeli, i gesti che mostrano il nascere di Giuseppe a padre hanno molto da dire all’esercizio della paternità oggi.
Mettere al mondo un figlio non significa soltanto generare, ma impegna a educare; è un atto di fede ed è una promessa: i genitori possono decidere di volere un figlio, ma devono accogliere quel preciso figlio che arriva; generando si promette una presenza accanto, che sostenga e incammini il figlio verso l’autonomia. La paternità è evento spirituale, che accade tra la libertà dei genitori e la fragilità del figlio.
Giuseppe ha compiuto un lungo e faticoso itinerario di spogliamento per giungere a quella mitezza e giustizia che gli consentono di accogliere Maria e il suo Figlio. Giuseppe è padre che fa spazio a un altro Padre, esercita una paternità che lascia intravedere un’altra paternità: quel bambino che nascerà sarà chiamato Figlio di Dio.
Imitiamo, in questi ultimi giorni che ci separano dalla Pasqua, il silenzio fecondo di San Giuseppe e la sua fede intrepida che ha sfidato ogni ostacolo.
Nelle comunità parrocchiali:
ore 11.00 Santa Messa in Chiesa Parrocchiale Santa Maria del Carmine in Serrara
Ore 18.00 Santa Messa e atto di affidamento a San Giuseppe nella Chiesa di Sant’Antonio in Fontana
Ore 19.00 Santa Messa animata dal coro dei papà e atto di affidamento a San Giuseppe in Chiesa Parrocchiale Santa Maria del Carmine in Serrara



