“Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio”. (Gv 8,59)
di Luigi Schiano|
Con la quinta domenica di Quaresima si entra nel “Tempo di Passione”, caratterizzato da una marcata attenzione al mistero della Passione e Morte del Signore Gesù. Questo tempo speciale, che si inserisce nel già propizio tempo di Quaresima, viene sottolineato con alcuni segni. Tra questi, il più caratteristico è la “Velatio”, ovvero la velatura delle croci: esposte alla venerazione dei fedeli, queste vengono velate con un drappo preferibilmente viola, che il Giovedì Santo, nelle chiese parrocchiali dove ha luogo il sacro Triduo Pasquale, deve essere di colore bianco.
Le origini
Si tratta di un rito molto antico, risalente addirittura al sec. IX, forse un retaggio della separazione dei penitenti pubblici nella Chiesa. I penitenti pubblici erano i fedeli che si erano resi colpevoli di gravi peccati dopo il Battesimo. Questi, dopo un periodo di penitenza, nel periodo precedente la Pasqua, venivano riammessi alla comunione la mattina del Giovedì Santo, con un apposito rito.
Nel tempo, poi, tutti i cristiani furono assimilati ai penitenti pubblici, nella consapevolezza della necessità, per tutti, di un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua del Signore. Così cominciò a diffondersi l’abitudine di nascondere ai fedeli l’altare maggiore, per mostrare visivamente gli effetti del peccato, che rompe la comunione con il Signore e ne oscura la visione.
Da sempre la liturgia si esprime in una ricchezza di segni che rendono manifesta la realtà dei Misteri celebrati sull’altare. E così, come per la liturgia è importante la presenza dell’immagine, altrettanto rilevante è la sua assenza. Il nascondimento di Cristo stesso aiuta ad alimentare l’attesa del giorno di Pasqua, giorno in cui quel volto si offre nuovamente al nostro sguardo.
Il significato teologico
Al di là della sua origine, il rito della “Velatio” conserva ancora oggi un profondo significato e una intensa capacità catechetica ed emotiva: nascondere alla vista le immagini aiuta a concentrarsi su Colui che è l’origine di ogni santità. Egli è colui che rende accessibile il cielo agli uomini. Senza di Lui, la nostra vita non avrebbe più una dimensione trascendente: sarebbe un vagare nelle tenebre del peccato e “nell’ombra della morte”.
La velatura delle croci sottolinea anche fisicamente la privazione di Cristo, il “venir meno dello sposo”: “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi”, dice il profeta Isaia (53,8).
Nella sua ricchezza di significati, il segno della “Velatio” rimanda anche alla velatura della divinità di Nostro Signore, che possiamo illustrare con queste splendide parole di Sant’Agostino sulla Passione del Signore:
“Dio era nascosto; si vedeva la debolezza, la maestà era nascosta; si vedeva la carne, il Verbo era nascosto. Pativa la carne; dov’era il Verbo, quando la carne pativa? Eppure neanche il Verbo taceva, perché ci insegnava la pazienza”.
La gloria di Cristo, dunque, è eclissata sotto le ignominie della Passione.
Lo scenario delle nostre chiese, con le immagini velate, ci ripropone l’esperienza del “Deus absconditus” (Dio nascosto), su cui molta teologia ha scritto. In tale contesto, Dio va cercato nel proprio cuore: è lì che deve risorgere.
Risulta particolarmente efficace, al riguardo, questa citazione di B. Pascal:
“Gli uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che è nascosto alla loro coscienza. Egli non sarà colto che da quelli che lo cercano anzitutto nel cuore”.
Questi sentimenti sono particolarmente accentuati alla sera del Giovedì Santo, in cui si fa memoria del “rapimento di Gesù” da parte delle guardie del tempio. Da quel momento Egli è in balìa della loro ferocia. “È l’impero delle tenebre” (Lc 22,53), come afferma Gesù stesso.
Dopo la riforma liturgica, la pratica della “Velatio” è stata pressoché universalmente abbandonata. In realtà, questo rito conserva tutta la sua attualità. Si rese necessario, pertanto, un intervento chiarificatore della Congregazione per il Culto Divino circa l’opportunità di conservare o recuperare questa usanza, come indicato nella lettera circolare Paschalis sollemnitatis del 16 gennaio 1988:
«L’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere utilmente conservato secondo il giudizio della Conferenza Episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della Passione del Signore il Venerdì Santo; le immagini fino all’inizio della Veglia Pasquale».




