di Camillo Buono|
C’è un silenzio che parla. Non è assenza di suono, ma presenza viva, profonda, che avvolge e accompagna. È il silenzio delle piccole comunità quando la fede smette di essere parola e diventa esperienza condivisa, quando esce dalle chiese e si mette in cammino tra la gente, attraversa le strade, entra nelle case e si posa nei cuori.
A Serrara, venerdì scorso, nella notte dedicata alla rappresentazione della Via Crucis, questo silenzio ha preso forma. Si è fatto passo lento, respiro trattenuto, emozione autentica. È diventato un momento intenso, capace di unire un’intera comunità sotto il segno della Passione di Cristo.
Non uno spettacolo, non una semplice rappresentazione. Ma un cammino. Un percorso vissuto insieme, stazione dopo stazione, sotto il peso simbolico della croce. Le stradine del borgo si sono trasformate in uno spazio sospeso, quasi fuori dal tempo, dove ogni angolo raccontava un frammento di dolore, di sacrificio, ma anche di speranza.
La rappresentazione, organizzata con dedizione dai ragazzi della comunità, ha coinvolto profondamente l’intero paese. Dalle case, dai vicoli, dalle piazze, sono giunte persone di ogni età, raccolte in un silenzio denso di significato, in un’atmosfera capace di restituire il senso più autentico della tradizione.
Nonostante il freddo pungente, la partecipazione è stata composta, sentita, vera. Ogni stazione è diventata occasione di riflessione, ogni volto una testimonianza viva di fede. In quegli sguardi si leggeva qualcosa di antico e sempre attuale: il bisogno di fermarsi, di comprendere, di condividere.
A rendere ancora più intensa e imperitura questa esperienza sono stati i bellissimi scatti fotografici di Marika Maltese, capaci di fermare il tempo e custodire in un’immagine ciò che spesso le parole non riescono a raccontare. In quelle fotografie si raccolgono i momenti più profondi della Via Crucis: gli sguardi, le attese, il dolore composto, la partecipazione silenziosa. Ogni immagine diventa così memoria viva, testimonianza autentica di una comunità in cammino, capace di trasformare un evento in emozione e un’emozione in ricordo indelebile.
A colpire più di ogni altra cosa è stata l’autenticità. Nessuna artificiosità scenica, nessun artificio narrativo. Solo ragazzi del posto che, guidati con sensibilità e passione da Vincenzo Schiano e accompagnati spiritualmente da Don Antonio Mazzella, hanno dato vita a una rappresentazione intensa, capace di parlare direttamente al cuore.
Un impegno che si è tradotto in gesti essenziali ma profondi, in sguardi carichi di significato, in pause che dicevano più di mille parole. È proprio in questa essenzialità che la Via Crucis di Serrara ha trovato la sua forza: nella verità delle emozioni, nella sincerità della partecipazione, nella bellezza semplice della fede vissuta.
Sono momenti che restano. Restano in chi li ha vissuti da protagonista, portando sulle spalle non solo una croce scenica, ma il peso simbolico di una storia millenaria. Restano in chi ha seguito quel cammino con devozione, lasciandosi accompagnare lungo il Calvario, ritrovando – forse – un senso più profondo nel proprio quotidiano.
Ancora una volta, Serrara ha dimostrato che la fede, quando è condivisa, diventa comunità. Diventa legame, identità, memoria viva.
Una notte di Passione che non si dimentica.
Perché non è stata soltanto raccontata.
Non è stata soltanto rappresentata.
È stata, semplicemente, vissuta.
Credit Photo Marika Maltese










