di Camillo Buono

C’è un momento, la domenica mattina presto, in cui l’isola sembra sospesa.
Le strade ancora mezze vuote, l’aria che profuma già di estate, e quel silenzio che precede il rumore della stagione.

Eppure, a guardarla bene, Ischia oggi non è pronta.

Non lo è mai davvero, almeno non quando dovrebbe.

Anche quest’anno il turismo arriva… ma noi sembriamo inseguirlo.
Arriva nei ponti di primavera, arriva con i primi visitatori che scelgono l’isola per respirare bellezza, per ritrovare un ritmo diverso.
E cosa trovano?

Un’isola che si sta ancora preparando.
Cantieri aperti, servizi a mezzo regime, aiuole spoglie, strutture che arrancano per mettersi in carreggiata.

Non è colpa dei turisti se la stagione inizia sempre più tardi e finisce sempre prima.
È colpa di un sistema che, anno dopo anno, sembra aver perso il senso del tempo.

Comandano i numeri, sì.
Ma solo quelli economici.

E tutto il resto?
Il decoro, l’organizzazione, la cura, l’accoglienza… passano in secondo piano, come se fossero dettagli.
Ma sono proprio quei dettagli che fanno la differenza tra una destinazione qualsiasi e un’isola che resta nel cuore.

Ischia vive ancora di rendita.
Della sua bellezza, della sua unicità, di quel patrimonio naturale che nessuno può copiarci.

Ma quanto può durare?

Perché la verità è semplice, anche se scomoda:
non basta essere belli per restare grandi.

Serve visione.
Servono imprenditori coraggiosi, capaci di investire davvero e non solo di attendere.
Servono politiche che mettano al centro il turismo come sistema, non come stagione da rincorrere all’ultimo momento.

Servirebbe, soprattutto, rispetto.
Per chi arriva, per chi lavora, per chi quest’isola la vive ogni giorno.

Perché il turismo non è solo economia.
È identità.
È futuro.

E se continuiamo così, il rischio è che un giorno quei turisti che oggi arrivano non tornino più.

E allora sì che sarà tardi.

Forse è il momento di svegliarsi.
Davvero.

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