di Camillo Buono

Ci sono storie che non si trovano nei libri di scuola.
Storie fatte di mani consumate dal sale, di albe silenziose, di reti tirate a bordo con fatica, di occhi che hanno imparato a leggere il mare prima ancora del cielo.

Ed è proprio da questa memoria viva che nasce “Voci di Pescatori”, l’incontro promosso dal Museo del Mare di Ischia in programma giovedì 4 giugno 2026 alle ore 17:30 presso la Sala Aenaria di Ischia Ponte.

Un appuntamento che va ben oltre una semplice conferenza, trasformandosi in un vero viaggio dentro l’identità più profonda dell’isola d’Ischia. Un’identità costruita sul mare, sulla pesca, sui sacrifici di intere generazioni e su quel rapporto antico e quasi sacro tra l’uomo e l’acqua.

Protagonista dell’incontro sarà Francesca Saurino, figura straordinaria e simbolica del mondo marinaro isolano, unica donna italiana presidente di due cooperative di pescatori di Ischia. Una testimonianza importante che racconterà non soltanto il lavoro della pesca, ma anche il valore umano, sociale e culturale di una tradizione che continua ancora oggi a rappresentare il cuore pulsante di molte famiglie isolane.

Ad arricchire il pomeriggio sarà anche l’intervento del professor Giuseppe Silvestri, storico e scrittore da sempre attento custode della memoria del territorio, chiamato a ricostruire quel filo invisibile che lega passato e presente della comunità marinara ischitana.

In un tempo in cui il rischio più grande è quello di perdere memoria delle proprie radici, incontri come questo assumono un valore prezioso. Perché Ischia non è soltanto turismo, spiagge e bellezze naturali. Ischia è anzitutto un popolo. È il sacrificio dei pescatori, il rumore delle barche nei porti, il profumo del mare all’alba, le mani segnate dalla fatica e la dignità di chi ha costruito la propria vita affrontando ogni giorno il mare aperto.

Voci di Pescatori” diventa così un momento di riflessione collettiva, ma anche un atto d’amore verso l’isola e verso quella cultura marinara che rischia lentamente di scomparire sotto il peso della modernità e dell’omologazione.

Custodire queste testimonianze significa custodire noi stessi.
Perché un territorio senza memoria è un territorio senza anima.

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