di Camillo Buono

C’è un’immagine che spesso accompagna l’idea che abbiamo della nostra isola. Quella di una comunità piccola, dove tutti si conoscono, dove le porte restano socchiuse, dove il vicino di casa è quasi un parente e dove i problemi sembrano sempre appartenere ad altri luoghi, ad altre città, ad altre realtà.

Eppure questa settimana ci ha ricordato una verità che forse preferiremmo non vedere.

La violenza domestica non vive soltanto nelle periferie degradate delle grandi metropoli. Non appartiene esclusivamente ai racconti dei telegiornali nazionali. Non è qualcosa che accade lontano da noi.

Accade anche qui.

Nel giro di pochi giorni l’isola d’Ischia è stata attraversata da episodi che, pur diversi tra loro, raccontano tutti la stessa inquietante realtà. Una giovane donna ridotta in fin di vita all’interno della propria abitazione, in una vicenda che la magistratura ha ritenuto talmente grave da configurare il reato di tentato omicidio. Un uomo ultraottantenne che avrebbe minacciato di morte la moglie, con il tempestivo intervento dei Carabinieri che ha portato al ritiro delle armi da caccia detenute. Un altro episodio verificatosi venerdì pomeriggio a Fontana, dove una situazione familiare degenerata ha richiesto l’intervento congiunto di due pattuglie della Polizia di Stato e di una dei Carabinieri.

Tre episodi in pochi giorni.

Tre campanelli d’allarme.

Tre storie diverse accomunate da un elemento inquietante: il luogo in cui si consumano. Non in strada. Non in una piazza. Non in un locale pubblico.

Dentro casa.

È forse proprio questo l’aspetto più difficile da comprendere e da combattere. Perché la violenza domestica raramente nasce all’improvviso. Quasi mai esplode senza preavviso. Molto più spesso cresce lentamente, nel silenzio, alimentata da incomprensioni, fragilità, solitudini, sofferenze psicologiche, rancori mai elaborati e rapporti familiari che si deteriorano anno dopo anno.

Quando poi arriva agli onori della cronaca, spesso scopriamo che dietro quell’episodio esisteva un disagio che covava da tempo. Anni, talvolta decenni, di sofferenze rimaste chiuse tra quattro mura. Dolori che nessuno vedeva o che forse qualcuno aveva intuito senza comprenderne fino in fondo la portata.

Ed è proprio questo che deve farci riflettere.

Perché la violenza non è nell’indole degli ischitani. Non appartiene alla cultura della nostra gente. La storia della nostra isola racconta piuttosto di tante famiglie che si aiutano, di comunità che si stringono attorno a chi soffre, di vicinato, solidarietà e rispetto.

Ma nessuna comunità, per quanto sana e coesa, può considerarsi immune dal disagio umano.

Anzi, talvolta proprio nelle realtà più piccole il dolore tende a nascondersi meglio. Si maschera dietro la vergogna, dietro il timore del giudizio altrui, dietro quella convinzione che porta molte persone a pensare che i problemi di famiglia debbano restare rigorosamente all’interno della famiglia.

E così il silenzio diventa complice.

Non della violenza, ma della sua crescita.

Per questo, davanti ai fatti di questi giorni, non serve indignarsi soltanto quando arrivano le sirene delle forze dell’ordine. Occorre interrogarsi su come intercettare prima quei segnali che spesso precedono le tragedie. Occorre avere il coraggio di chiedere aiuto e, allo stesso tempo, la sensibilità di accorgersi quando qualcuno vicino a noi sta vivendo una situazione difficile.

Le forze dell’ordine continuano a svolgere un lavoro prezioso e spesso silenzioso. Intervengono quando il pericolo diventa concreto. Mettono in sicurezza le vittime. Prevengono conseguenze peggiori. Ma la vera sfida resta culturale e sociale.

Perché nessuna pattuglia può entrare nel cuore delle persone prima che il dolore si trasformi in violenza.

Questa domenica, davanti al nostro caffè, forse dovremmo ricordarci che la serenità di una comunità non si misura dall’assenza delle notizie di cronaca nera. Si misura dalla capacità di riconoscere il disagio prima che diventi tragedia, dalla disponibilità ad ascoltare chi soffre e dal coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

Perché il male più pericoloso non è quello che vediamo.

È quello che cresce lentamente dietro le persiane chiuse, nel silenzio di una casa, fino al giorno in cui decide di mostrarsi al mondo.

Lascia un commento

In voga