di Camillo Buono

Ci sono episodi che fanno riflettere più di tanti discorsi. Piccoli fatti che, seppur apparentemente insignificanti, riescono a mettere in discussione il significato stesso di gesti che dovrebbero essere semplici, spontanei e profondamente autentici. E questo è un episodio che mi è stato raccontato da un mio amico qualche giorno fa.

Immagina di essere a casa tua.

È estate. Come ogni anno arrivano le feste patronali, le processioni, le sagre di paese. Tradizioni che fanno parte della nostra storia e che, da sempre, vivono anche grazie alla generosità della gente.

Suona il campanello.

Apri il cancello e davanti a te trovi due questuanti che, in nome del Santo, raccolgono le offerte per contribuire ai festeggiamenti.

Prendi la prima banconota che hai a portata di mano. Potrebbero essere cinque euro, potrebbero essere dieci, uno soltanto oppure cento. Poco importa, perché nella tua mente quell’offerta non ha un prezzo prestabilito. È un gesto libero. Un gesto che fai perché vuoi farlo.

Consegni la banconota.

I due si allontanano.

Ed è proprio in quel momento che noti una scena che ti lascia perplesso.

Uno dei due apre un quaderno e annota il tuo nome accanto all’importo dell’offerta appena ricevuta. Un vero e proprio elenco nel quale sembrano trovare posto nomi, cognomi e relative somme versate.

Forse serve soltanto per predisporre un rendiconto finale oppure è un modo per misurare e valutare? Ma cosa?

Forse è semplicemente un’abitudine.

Ma una domanda nasce spontanea.

Un’offerta religiosa ha davvero bisogno di essere associata al nome di chi la compie e alla cifra versata?

Mi è sempre stato insegnato che l’offerta è un gesto libero e profondamente personale. Un dialogo silenzioso tra la coscienza di una persona e Dio. Non un atto da classificare, né tantomeno da confrontare.

Eppure la riflessione non finisce lì.

Mentre i due si allontanano, uno dei questuanti si accorge di non averti lasciato il santino della festa.

Lo fa presente al collega.

La risposta arriva immediata.

“Ha dato solo cinque euro.”

È proprio quel “solo” a cambiare completamente il significato della scena.

Perché da quando un’offerta ha un valore minimo?

Da quando un santino si consegna in funzione dell’importo ricevuto?

Da quando la fede si misura con una banconota?

Forse qualcuno potrebbe obiettare che cinque euro sono pochi.

Qualcun altro potrebbe dire che oggi una festa costa tanto e che servono contributi importanti.

Ma il punto non è questo.

Perché oggi potresti offrire cento euro.

Domani cinquanta.

Tra un anno magari soltanto uno.

E sai una cosa?

Davanti a Dio non dovrebbe cambiare assolutamente nulla.

L’offerta non è il prezzo di un santino.

Non è il costo di una grazia.

Non è il biglietto d’ingresso alla festa.

È semplicemente un gesto libero.

E proprio perché è libero non dovrebbe mai essere accompagnato da commenti, giudizi o valutazioni.

Il Vangelo ci racconta la pagina della vedova che getta nel tesoro del Tempio due piccole monete. Agli occhi degli uomini era l’offerta più piccola. Agli occhi di Cristo era la più grande, perché aveva donato tutto quello che possedeva.

E allora viene spontaneo chiedersi:

Se Gesù non ha guardato l’importo dell’offerta, perché dovremmo farlo noi?

Le nostre feste religiose sono belle perché appartengono a tutti.

A chi può sostenere economicamente un’intera manifestazione.

A chi offre una semplice banconota.

A chi mette una moneta.

A chi dedica il proprio tempo come volontario.

A chi monta un palco.

A chi prepara i fiori.

A chi porta la statua.

A chi, semplicemente, apre la porta di casa con un sorriso.

Perché una comunità non si costruisce con il denaro raccolto.

Si costruisce con la partecipazione.

Forse dovremmo ricordarlo più spesso.

Perché il rischio più grande non è che qualcuno offra poco.

Il rischio più grande è che qualcuno, sentendosi giudicato per ciò che ha potuto o voluto offrire, decida di non aprire più quella porta.

E sarebbe una sconfitta per tutti.

Per la comunità.

Per la festa.

E soprattutto per quel messaggio di gratuità che il Vangelo continua a ricordarci da oltre duemila anni.

Perché la fede non ha un tariffario.

La carità non ha un listino prezzi.

E davanti a Dio non esistono offerte grandi e offerte piccole.

Esiste soltanto il cuore con cui vengono fatte.

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