Oggi 4 ottobre l’Italia celebra il Patrono d’Italia. Un uomo vissuto più di ottocento anni fa, eppure capace ancora oggi di parlare a credenti e non credenti con un messaggio universale di pace, fraternità e rispetto per il creato.
di Camillo Buono
Ci sono uomini che appartengono alla propria epoca e altri che, pur attraversandola, riescono in qualche modo a superarla.
Francesco d’Assisi è certamente uno di questi.
Oggi, 4 ottobre, ricorre la festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, una delle figure più amate della cristianità e probabilmente uno dei santi italiani più conosciuti nel mondo.
Sono trascorsi otto secoli dalla sua morte, avvenuta ad Assisi nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226. Eppure, a distanza di così tanto tempo, Francesco continua a parlarci con una sorprendente attualità.
Nato ad Assisi intorno al 1181-1182, figlio del ricco mercante Pietro di Bernardone, Francesco avrebbe potuto condurre una vita agiata. La sua giovinezza fu invece segnata da esperienze che cambiarono profondamente il suo modo di guardare il mondo: la guerra, la prigionia, la malattia e, soprattutto, l’incontro con la sofferenza degli altri.
Da lì ebbe inizio una trasformazione radicale.
Francesco abbandonò progressivamente le ricchezze e le sicurezze della famiglia scegliendo una vita di povertà, preghiera e servizio. Non fu soltanto una rinuncia ai beni materiali: fu soprattutto la scelta di guardare l’uomo da una prospettiva diversa.
Il povero, il malato, l’emarginato non erano più qualcuno da evitare, ma un fratello da incontrare.
Ed è forse proprio questa la prima grande eredità francescana.
Il Santo della pace in un mondo che continua a fare la guerra
San Francesco viene ricordato come uomo di pace. Ma la sua non era una pace fatta soltanto di parole.
Nel 1219, durante la Quinta Crociata, Francesco si recò in Oriente e incontrò il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil. In un’epoca dominata dallo scontro religioso e militare, scelse la strada dell’incontro e del dialogo.
Un episodio lontanissimo nel tempo che sembra scritto per il nostro presente.
Ancora oggi assistiamo a guerre, bombardamenti, popolazioni costrette ad abbandonare le proprie case, uomini, donne e bambini che pagano il prezzo più alto delle contrapposizioni tra Stati, popoli e religioni.
E mentre il mondo continua troppo spesso a parlare attraverso le armi, Francesco ci consegna un insegnamento molto più difficile: incontrare l’altro senza considerarlo necessariamente un nemico.
Non significa cancellare le differenze. Significa riconoscere, prima di ogni altra cosa, l’umanità che ci accomuna.
Francesco e il creato
C’è poi un altro Francesco straordinariamente moderno.
È l’uomo che chiama il sole “fratello”, la luna “sorella”, che guarda all’acqua, al fuoco, alla terra e agli animali non come semplici cose poste a disposizione dell’uomo, ma come parti di una stessa creazione.
Il Cantico delle Creature, composto negli ultimi anni della sua vita, rappresenta una delle più alte testimonianze di questa visione.
Oggi utilizziamo parole come ambiente, sostenibilità, cambiamento climatico, tutela della biodiversità. Francesco, naturalmente, apparteneva a un mondo completamente diverso dal nostro, ma aveva intuito qualcosa di essenziale: l’uomo non può considerarsi estraneo alla natura che lo circonda.
Prendersi cura della terra significa, in fondo, prendersi cura anche dell’uomo.
Un messaggio particolarmente significativo per territori come il nostro, dove mare, montagna, boschi e paesaggio rappresentano non soltanto una straordinaria ricchezza naturale, ma una parte della nostra stessa identità.
La rivoluzione della semplicità
Forse, però, l’aspetto più difficile da comprendere oggi è proprio la scelta della semplicità.
Viviamo in una società nella quale siamo continuamente spinti a possedere di più, mostrare di più, apparire di più. Il successo viene spesso misurato attraverso ciò che abbiamo e attraverso l’immagine che riusciamo a costruire di noi stessi.
Francesco percorse la strada opposta.
Si spogliò di tutto.
E proprio quando apparentemente non possedeva più nulla, divenne uno degli uomini più ricchi della storia per ciò che riuscì a lasciare agli altri.
Non fondò imperi, non conquistò territori, non accumulò patrimoni.
Lasciò un’idea.
Quella di una fraternità capace di superare le differenze sociali e di riconoscere dignità anche a chi vive ai margini.
Un messaggio anche per chi non crede
Forse è questa una delle ragioni per cui San Francesco riesce ancora oggi ad andare oltre i confini della fede cattolica.
Si può essere credenti oppure no. Si può guardare a Francesco come Santo oppure semplicemente come a una delle figure più straordinarie della storia italiana.
Ma è difficile non riconoscere la forza universale di alcuni dei valori che la sua vita continua a rappresentare.
La pace invece dell’odio.
Il dialogo invece dello scontro.
La fraternità invece dell’indifferenza.
La semplicità invece dell’apparenza.
La cura del creato invece del suo sfruttamento indiscriminato.
Parole semplici.
Forse proprio per questo tremendamente difficili da trasformare in comportamenti quotidiani.
Il Patrono d’Italia
Nel 1939 Papa Pio XII proclamò San Francesco d’Assisi, insieme a Santa Caterina da Siena, Patrono d’Italia.
E ogni 4 ottobre il nostro Paese torna simbolicamente ad Assisi.
Ma celebrare Francesco non dovrebbe significare soltanto ricordare l’uomo vissuto ottocento anni fa.
Dovrebbe significare domandarsi quanto del suo messaggio siamo ancora capaci di mettere in pratica.
Perché Francesco parlava di pace in un mondo attraversato dalle guerre.
Parlava ai poveri in una società segnata da profonde disuguaglianze.
Cercava il dialogo mentre gli uomini combattevano in nome delle proprie convinzioni.
Amava la natura quando nessuno parlava ancora di ecologia.
Predicava la semplicità in contrapposizione alla ricchezza e al potere.
Ed è forse questo il paradosso più affascinante.
Sono trascorsi otto secoli, è cambiato quasi tutto eppure abbiamo ancora bisogno delle stesse parole.
Oggi l’Italia celebra San Francesco.
Credenti e non credenti possono trovare nella sua storia qualcosa su cui fermarsi a riflettere.
Perché in un tempo nel quale sembriamo avere strumenti sempre più potenti per comunicare, ma facciamo sempre più fatica ad ascoltarci, la voce di quel giovane di Assisi continua ad arrivare incredibilmente lontano.
Una voce che non chiedeva di conquistare il mondo.
Chiedeva, molto più semplicemente e molto più difficilmente, di imparare a vivere da fratelli.






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