Connessioni internet e reti mobili fuori servizio per circa due ore sull’isola. Un’interruzione che diventa occasione per riflettere su quanto la nostra quotidianità dipenda ormai da qualcosa che non possiamo vedere, ma di cui non riusciamo più a fare a meno.
di Camillo Buono
ISCHIA – È bastato un blackout delle comunicazioni, durato circa un paio d’ore, per farci riscoprire quanto sia diventato indispensabile qualcosa che fino a pochi decenni fa neppure esisteva nelle nostre case: la connessione a internet.
Nelle ultime ore l’isola d’Ischia ha dovuto fare i conti con una diffusa interruzione dei servizi di rete, che ha interessato, secondo le segnalazioni, sia le connessioni internet via cavo sia quelle mobili. Smartphone improvvisamente offline, pagine web impossibili da caricare, messaggi che non partono e servizi digitali irraggiungibili.
Un disservizio le cui cause e la cui effettiva estensione restano da chiarire, ma che offre lo spunto per una riflessione ben più ampia.
Perché oggi restare senza internet è diventato quasi come restare senza corrente elettrica.
Non ce ne accorgiamo più, e forse è proprio questo il punto. La rete è entrata così profondamente nelle nostre abitudini da essere diventata invisibile. C’è quando ci svegliamo, quando consultiamo le notizie, quando lavoriamo, quando paghiamo un acquisto, quando prenotiamo una visita medica, quando cerchiamo una strada o semplicemente quando vogliamo sapere se una persona cara è arrivata a destinazione.
Siamo diventati una società iperconnessa, nella quale tutto sembra dover accadere immediatamente.
E se qualcosa non funziona, anche soltanto per poche ore, abbiamo la sensazione che una parte del mondo si sia improvvisamente fermata.
Quando il mondo arrivava con il telegiornale
Chi ha vissuto gli anni pre-novanta ricorderà un mondo profondamente diverso.
Le notizie arrivavano attraverso i giornali, la radio e soprattutto il telegiornale. Se accadeva qualcosa dall’altra parte del pianeta, spesso bisognava aspettare l’edizione serale per venirne a conoscenza. E quando finalmente quella notizia entrava nelle nostre case, potevano essere trascorse già molte ore.
Non esistevano notifiche in tempo reale, dirette social, aggiornamenti continui e immagini che attraversavano il globo in pochi secondi.
Per conoscere un avvenimento bisognava aspettare.
Oggi, invece, possiamo assistere quasi in diretta a ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza. Un terremoto in Giappone, una decisione politica a Washington, un evento sportivo in Australia o un conflitto dall’altra parte del mondo entrano nei nostri telefoni mentre stanno ancora accadendo.
Abbiamo annullato le distanze e quasi cancellato il tempo dell’attesa.
Un progresso straordinario, senza dubbio. Ma che ci ha resi anche profondamente dipendenti da questa connessione permanente.
Non soltanto social: dietro la rete c’è la nostra economia
Quando pensiamo a internet, il primo pensiero corre probabilmente a WhatsApp, Facebook, Instagram o ai siti di informazione.
Ma la rete oggi è molto di più.
È il sistema attraverso il quale comunicano aziende, professionisti, banche, pubbliche amministrazioni e numerosi servizi essenziali. È il collegamento che permette a un esercente di utilizzare un terminale di pagamento, a un ufficio di consultare una banca dati, a un’impresa di gestire ordini e forniture.
Dietro ogni nostra azione digitale esiste un’infrastruttura immensa, fatta di cavi, antenne, apparati elettronici, collegamenti sottomarini, satelliti e grandi centri di elaborazione dati.
I data center custodiscono e rendono disponibili quantità enormi di informazioni. Il cloud ci consente di utilizzare programmi e archivi senza neppure sapere dove siano fisicamente conservati.
E poi c’è l’intelligenza artificiale, che sta entrando rapidamente nelle attività lavorative, nella ricerca, nella comunicazione e nella vita quotidiana.
Tecnologie straordinarie che promettono di cambiare il nostro futuro, ma che, per molti dei servizi che utilizziamo, hanno bisogno di una connessione per funzionare.
E allora viene spontaneo domandarsi: quanto sarebbe ancora capace di funzionare il nostro mondo se, improvvisamente, quella connessione venisse meno?
Un’isola che per qualche ora si sente ancora più isola
Per Ischia questa riflessione assume un significato particolare.
Viviamo su un’isola, un territorio che per sua natura conosce bene il valore dei collegamenti con l’esterno. Per secoli il mare ha rappresentato contemporaneamente una risorsa e una distanza da superare.
Oggi quella distanza è stata quasi completamente annullata dalla tecnologia.
Possiamo lavorare con persone che si trovano a migliaia di chilometri, accedere a servizi disponibili sulla terraferma, comunicare istantaneamente con chiunque.
Ma quando le comunicazioni digitali si interrompono, anche per poche ore, quella distanza sembra riaffiorare.
E comprendiamo che la nostra insularità non è soltanto geografica. Può diventare anche digitale.
Il progresso corre veloce. Ma quanto siamo preparati a fermarci?
Non si tratta di rimpiangere il passato o di sostenere che si vivesse meglio quando internet non esisteva.
La tecnologia ha migliorato enormemente le nostre vite, ha reso accessibili conoscenze prima riservate a pochi e ha creato opportunità che soltanto trent’anni fa sarebbero sembrate fantascienza.
Ma forse, mentre impariamo a vivere in un mondo sempre più digitale, dovremmo anche chiederci quanto siamo preparati a farne temporaneamente a meno.
Sappiamo ancora organizzarci senza un’applicazione? Siamo capaci di comunicare, lavorare e orientarci senza uno smartphone? Le nostre attività dispongono di sistemi alternativi quando la rete non funziona?
Sono interrogativi che riguardano non soltanto i singoli cittadini, ma anche le imprese, le istituzioni e la capacità di garantire continuità ai servizi essenziali.
Perché la vera sfida non è rinunciare alla tecnologia. È costruire un sistema capace di funzionare anche quando qualcosa va storto.
Quel filo sottilissimo da cui dipende il mondo
Forse la lezione più importante di queste ore è proprio questa.
Abbiamo costruito un mondo straordinariamente connesso, veloce, intelligente, capace di trasmettere informazioni da un continente all’altro in una frazione di secondo.
Eppure, dietro questa immensa modernità, si nasconde una fragilità che tendiamo a dimenticare.
La rete è diventata un filo sottilissimo al quale abbiamo affidato una parte sempre più grande della nostra esistenza.
Finché quel filo tiene, tutto appare semplice, immediato, naturale.
Quando si interrompe, anche per un paio d’ore, ci accorgiamo di quanto dipendiamo da esso.
E forse non torneremmo davvero al Medioevo, perché conoscenze, infrastrutture e capacità umane non scomparirebbero insieme alla connessione. Ma per una società che ha affidato al digitale quasi ogni aspetto della propria organizzazione, un’interruzione prolungata potrebbe avere conseguenze difficili persino da immaginare.
Questa sera Ischia ha sperimentato, per qualche ora, il silenzio della rete.
E mentre aspettiamo che tutto torni alla normalità, resta una domanda, semplice quanto inquietante:
Abbiamo imparato a vivere con il mondo intero a portata di mano. Ma se un giorno quel filo sottilissimo si spezzasse davvero, sapremmo ancora vivere senza?






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