Abbiamo imparato a inseguire il futuro, ma forse abbiamo dimenticato di ascoltare chi, quel futuro, aveva già saputo immaginarlo. La storia di un imprenditore che non si limitò a costruire macchine, ma provò a costruire una società migliore.

di Camillo Buono

Questa settimana, lo confesso, gli argomenti per il nostro Caffè della Domenica non sarebbero mancati. Anzi, ce ne sarebbero stati tanti, forse persino troppi. La cronaca, la politica, le difficoltà quotidiane, i problemi della nostra isola e quelli di un Paese che sembra vivere continuamente in affanno.

Eppure, tra le tante notizie che scorrono ogni giorno davanti ai nostri occhi, a catturare la mia attenzione è stato un semplice post sui social.

Raccontava la storia di Adriano Olivetti.

Una storia che conoscevo già. Qualche anno fa avevo avuto modo di approfondirla, anche attraverso un bel film trasmesso dalla Rai, che raccontava la vita dell’uomo e dell’imprenditore. Una di quelle storie che, una volta conosciute, difficilmente si dimenticano.

Ma rileggendola oggi ho provato una sensazione diversa.

Non tanto per ciò che Adriano Olivetti riuscì a realizzare, quanto per ciò che la sua storia continua a insegnarci e che, a mio avviso, abbiamo progressivamente smesso di ascoltare.

Perché il problema della nostra società non è soltanto che oggi sembrano mancare uomini capaci di grandi visioni.

Il problema, forse ancora più grave, è che abbiamo smesso di prendere a esempio quelli che quelle visioni le hanno avute davvero.

L’uomo che vedeva oltre la fabbrica

Adriano Olivetti nacque a Ivrea nel 1901. Suo padre Camillo aveva fondato un’azienda destinata a diventare uno dei simboli dell’ingegno italiano.

Ma Adriano non si limitò a ereditarne il lavoro.

Lo trasformò.

Da giovane, prima di assumere ruoli dirigenziali, lavorò anche come operaio nella fabbrica di famiglia. Poi viaggiò negli Stati Uniti per studiare i sistemi produttivi più avanzati.

Avrebbe potuto tornare in Italia con una sola idea: produrre di più, vendere di più, guadagnare di più.

E certamente lo fece, perché Olivetti fu anche un imprenditore straordinariamente capace, che comprese prima di molti altri quanto l’innovazione tecnologica fosse destinata a cambiare il mondo.

Ma portò con sé qualcosa di più importante.

La convinzione che il progresso industriale non potesse essere separato dal progresso umano.

Per Olivetti, una fabbrica non era soltanto un luogo dove produrre oggetti. Era una parte della società, un organismo che viveva dentro una comunità e che, proprio per questo, aveva delle responsabilità nei confronti delle persone.

Un concetto che oggi potrebbe sembrare quasi rivoluzionario.

E invece appartiene a una storia italiana che abbiamo già vissuto.

Quando il lavoratore era una persona, non un numero

Nelle fabbriche Olivetti si realizzavano macchine per scrivere, calcolatrici e, successivamente, i primi elaboratori elettronici.

Ma intorno a quelle fabbriche prendeva forma anche un modello sociale.

Asili nido, assistenza sanitaria, biblioteche, mense, servizi per le famiglie, attenzione alla maternità, spazi progettati per rendere più dignitosa la vita lavorativa.

Non erano semplicemente concessioni di un imprenditore generoso.

Erano parte di una visione.

Olivetti aveva compreso che un lavoratore non lascia la propria vita fuori dai cancelli della fabbrica. Porta con sé le preoccupazioni per i figli, la salute dei genitori, le difficoltà economiche, i sogni e le speranze.

E che un’impresa capace di comprendere tutto questo non diventa necessariamente meno produttiva.

Può diventare, al contrario, più forte.

Oggi parliamo continuamente di benessere lavorativo, conciliazione tra famiglia e lavoro, responsabilità sociale delle imprese.

Parole moderne, spesso inserite in convegni, programmi aziendali e dichiarazioni d’intenti.

Eppure, oltre settant’anni fa, un imprenditore italiano aveva già provato a trasformarle in realtà.

Mi domando allora quanto di quella lezione abbiamo realmente conservato.

Perché troppo spesso, nella società contemporanea, il valore di un lavoratore sembra essere misurato esclusivamente attraverso la sua produttività.

Quanto rende. Quanto costa. Quanto produce.

E sempre meno attraverso ciò che rappresenta come essere umano.

Una fabbrica che guardava il mare

C’è un episodio della vita di Olivetti che mi colpisce particolarmente, anche per la vicinanza geografica alla nostra Ischia.

Nel 1955 venne inaugurato lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli.

Un luogo di lavoro progettato dall’architetto Luigi Cosenza, con grandi vetrate, terrazze, giardini e una straordinaria apertura verso il paesaggio del golfo.

Non un edificio concepito soltanto per contenere macchinari, ma uno spazio nel quale la bellezza potesse accompagnare il lavoro.

Immaginate quanto fosse innovativa, nell’Italia degli anni Cinquanta, l’idea che anche un operaio avesse diritto a lavorare in un ambiente bello, luminoso, dignitoso.

Durante l’inaugurazione, Adriano Olivetti pronunciò parole che ancora oggi meriterebbero di essere lette nelle scuole, nelle università, nelle aziende e, perché no, anche nelle stanze della politica.

«Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?»

Una domanda semplice.

Ma capace di mettere in discussione un intero modo di concepire l’economia.

Perché Olivetti non negava il valore del profitto. Sapeva benissimo che senza risultati economici un’impresa non può sopravvivere.

Si chiedeva, però, se il profitto dovesse essere l’unico fine.

E soprattutto se un’azienda, mentre cresce e produce ricchezza, non abbia anche il dovere di contribuire al benessere della comunità nella quale opera.

Pensate quanto sarebbe utile riproporre oggi questa domanda.

Non soltanto agli imprenditori.

Ma anche a chi amministra la cosa pubblica, a chi governa, a chi dirige un’organizzazione e a chiunque abbia la responsabilità di prendere decisioni che incidono sulla vita degli altri.

Il futuro che un italiano aveva già immaginato

C’è poi un altro aspetto che rende straordinaria la storia di Adriano Olivetti.

La sua capacità di guardare avanti.

Quando il mondo conosceva soprattutto la Olivetti delle macchine per scrivere, lui aveva già compreso che il futuro sarebbe passato attraverso l’elettronica e l’informatica.

Investì in ricerca, uomini, competenze e tecnologie.

Nel 1959 l’azienda presentò l’Elea 9003, uno dei primi grandi elaboratori commerciali interamente a transistor.

Qualche anno dopo, nel 1965, sarebbe arrivata la Programma 101, una macchina programmabile da scrivania che anticipava alcuni concetti dell’informatica personale.

Pensateci.

Un’azienda italiana, nata per costruire macchine per scrivere, era riuscita a entrare in un settore destinato a cambiare la storia dell’umanità.

Non perché avesse semplicemente seguito una moda.

Ma perché qualcuno aveva avuto il coraggio di immaginare ciò che ancora non esisteva.

Ed è proprio qui che nasce un’altra riflessione.

Oggi siamo continuamente alla ricerca dell’ultima innovazione, dell’ultima applicazione, dell’ultima tecnologia.

Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della digitalizzazione e delle trasformazioni rapidissime.

Ma innovare non significa soltanto inventare qualcosa di nuovo. Significa soprattutto comprendere a cosa debba servire ciò che inventiamo.

Olivetti aveva una risposta.

La tecnologia doveva contribuire al progresso dell’uomo, non trasformare l’uomo in un semplice ingranaggio della tecnologia.

Una distinzione che, nell’epoca in cui viviamo, dovrebbe farci riflettere profondamente.

La memoria che abbiamo smesso di coltivare

Adriano Olivetti morì improvvisamente il 27 febbraio 1960, a soli 58 anni, durante un viaggio in treno verso la Svizzera.

Lasciava un gruppo industriale internazionale, decine di migliaia di dipendenti e soprattutto un patrimonio di idee che andava ben oltre il valore economico dell’azienda.

La sua scomparsa, seguita nel 1961 dalla morte dell’ingegnere Mario Tchou, ha alimentato nel tempo anche ipotesi e ricostruzioni controverse.

Ma non è questo l’aspetto sul quale desidero soffermarmi.

Perché, a mio giudizio, il vero interrogativo non riguarda soltanto ciò che sarebbe potuto accadere se Adriano Olivetti fosse vissuto più a lungo.

Riguarda ciò che noi abbiamo fatto, o non abbiamo fatto, dell’eredità che ci ha lasciato.

Ed è qui che torno al motivo per cui ho scelto di dedicargli questo Caffè della Domenica.

La nostra società sembra avere sviluppato una straordinaria capacità di dimenticare.

Tutto deve essere nuovo.

Nuovo il personaggio da seguire, nuova la notizia da commentare, nuova la polemica da alimentare, nuovo il modello da imitare.

Ci entusiasmiamo per ciò che appare oggi e spesso dimentichiamo ciò che ieri ha reso possibile il mondo nel quale viviamo.

E così finiamo per conoscere perfettamente le vicende di personaggi diventati famosi attraverso uno schermo, mentre rischiamo di ignorare uomini e donne che hanno realmente contribuito al progresso della nostra società.

Non è nostalgia del passato.

Non penso affatto che il Novecento fosse un mondo migliore del nostro. È stato un secolo attraversato da guerre, dittature, ingiustizie e sofferenze enormi.

Ma è stato anche un secolo nel quale sono vissuti uomini capaci di ricostruire, inventare, progettare e immaginare un futuro diverso.

Uomini che, pur con i loro limiti e le loro contraddizioni, hanno lasciato qualcosa che meriterebbe di essere studiato e tramandato.

E invece troppo spesso li releghiamo a una fotografia in bianco e nero, a una targa commemorativa, al nome di una strada o a qualche pagina di un libro di storia.

Come se appartenessero a un mondo definitivamente concluso.

Abbiamo bisogno di esempi, non soltanto di idoli

Credo che uno dei grandi problemi del nostro tempo sia proprio la confusione tra popolarità e valore.

Essere conosciuti non significa necessariamente essere un esempio.

Avere successo non significa automaticamente avere qualcosa da insegnare.

E possedere ricchezza non significa aver contribuito a rendere migliore la società.

Olivetti, naturalmente, non era un uomo perfetto. Nessun grande protagonista della storia lo è stato.

Era un imprenditore, con le difficoltà, le scelte e le contraddizioni che ogni attività industriale comporta.

Ma aveva qualcosa che oggi mi sembra sempre più raro.

Una visione nella quale il successo personale non poteva essere completamente separato dal benessere collettivo.

Ecco perché ritengo che la sua storia dovrebbe essere raccontata soprattutto ai giovani.

Non per convincerli a diventare tutti imprenditori.

Ma per insegnare loro che si può essere ambiziosi senza essere egoisti, che si può cercare il successo senza dimenticare gli altri, che si può innovare senza rinunciare all’umanità.

Che il valore di una persona non si misura soltanto da ciò che riesce ad accumulare, ma anche da ciò che riesce a lasciare agli altri.

E questa, a pensarci bene, è una lezione che riguarda tutti.

Anche noi, nel nostro piccolo.

Anche una comunità come quella della nostra isola, dove troppo spesso discutiamo di sviluppo pensando esclusivamente ai numeri, alle presenze turistiche, agli incassi e ai risultati economici.

Tutti elementi importanti, certamente.

Ma dovremmo domandarci più spesso se quello sviluppo migliori davvero la qualità della vita di chi qui abita, lavora, cresce i propri figli e immagina il proprio futuro.

Perché un territorio non è veramente ricco soltanto quando produce ricchezza.

Lo è quando riesce a distribuirne i benefici, quando offre opportunità, quando non dimentica i più fragili e quando permette alle nuove generazioni di immaginare una vita dignitosa.

E allora, davanti al nostro caffè…

Questa domenica non voglio concludere con una critica alla politica, all’economia o alla società.

Vorrei concludere con un invito.

Torniamo a raccontare i grandi esempi della nostra storia.

Facciamolo nelle scuole, nelle famiglie, nelle conversazioni quotidiane.

Raccontiamo ai nostri figli che prima degli smartphone, dei social e dell’intelligenza artificiale ci sono stati uomini che hanno immaginato il mondo nel quale oggi viviamo.

Che l’Italia non è stata soltanto il Paese delle crisi, dei debiti e delle occasioni perdute.

È stata anche il Paese dell’ingegno, della ricerca, dell’industria, della cultura e di persone capaci di trasformare idee apparentemente impossibili in realtà.

E raccontiamo loro che non basta ammirare questi uomini.

Bisogna cercare di comprenderli.

Perché il loro esempio non deve servirci a rimpiangere un passato che non tornerà, ma a costruire un futuro che ancora possiamo scegliere.

Forse è proprio questo ciò che oggi ci manca maggiormente.

Non la capacità di inventare il nuovo.

Ma la saggezza di riconoscere il valore di ciò che è venuto prima.

Siamo diventati bravissimi a correre verso il futuro, ma sempre meno capaci di ricordare da dove siamo partiti. E, cosa ancora più preoccupante, qualche volta sembriamo non sapere nemmeno dove stiamo andando.

Adriano Olivetti, oltre sessant’anni fa, aveva già posto una domanda che resta straordinariamente attuale: può un’impresa avere fini diversi dal profitto?

Io credo che oggi dovremmo avere il coraggio di allargarla.

Può una società avere fini diversi dal consumo, dall’apparenza e dal successo individuale?

Forse, prima di cercare una risposta completamente nuova, dovremmo tornare ad ascoltare chi aveva già cominciato a darcela.

Buona domenica e buon caffè a tutti.

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