di Camillo Buono

Ci sono immagini che fanno riflettere. Altre che fanno arrabbiare. E poi ce ne sono alcune che lasciano addosso una sensazione difficile da spiegare, un misto di amarezza, delusione e incredulità.

Le immagini degli scontri di Milano, almeno per me, appartengono a quest’ultima categoria.

Giovani. Tanti giovani. Forse troppi. Una città trasformata in un campo di battaglia, tensioni, violenze, forze dell’ordine prese di mira e quella sensazione, ormai tristemente familiare, che per qualcuno manifestare il proprio dissenso significhi necessariamente mettere a ferro e fuoco tutto ciò che incontra lungo la strada.

Lo so, non è la prima volta. E temo, purtroppo, che non sarà nemmeno l’ultima.

Ma questa domenica, davanti al nostro immaginario caffè, vorrei provare ad andare oltre le immagini. Perché il problema, a mio avviso, non è soltanto quello che è accaduto. Il problema è cercare di capire perché accade.

Manifestare è un diritto. Distruggere non lo sarà mai.

Essere in disaccordo con un Governo, con una scelta politica, con una legge o con una situazione economica è assolutamente legittimo. Anzi, direi che è perfino salutare per una democrazia.

Una società nella quale nessuno protesta, nessuno contesta e nessuno alza la voce davanti alle ingiustizie sarebbe probabilmente una società che ha smesso di pensare.

Ma tra alzare la voce e alzare le mani c’è una differenza enorme. Tra scendere in piazza per difendere un diritto e trasformare una strada in un teatro di guerriglia urbana passa tutta la distanza che separa la civiltà dalla prepotenza.

Eppure, ciò che mi ha colpito maggiormente non è stata soltanto la violenza.

È stata la ragione che, almeno secondo alcune ricostruzioni, avrebbe portato tanti ragazzi a manifestare: il carovita.

Il carovita. Due parole che oggi pesano come macigni sulle spalle di tantissime famiglie italiane.

E allora, permettetemi una riflessione.

Se davvero il problema è il carovita, io in quella piazza mi sarei aspettato di vedere soprattutto altri volti.

Quelli dei padri e delle madri che ogni mattina si alzano presto per andare a lavorare. Quelli di chi arriva alla fine del mese e deve decidere quale bolletta pagare prima. Quelli di chi, davanti allo scaffale di un supermercato, non sceglie più ciò che desidera, ma soltanto ciò che può permettersi.

Mi sarei aspettato di incontrare lavoratori che, pur avendo uno stipendio, faticano a mantenere dignitosamente la propria famiglia. Pensionati costretti a fare i conti anche con pochi euro. Genitori che rinunciano a qualcosa per non far mancare nulla ai propri figli.

Perché il carovita, quello vero, non è una parola da scrivere su uno striscione.

È un pensiero che ti accompagna quando ti svegli e qualche volta non ti lascia dormire nemmeno la notte.

E invece, davanti a certe immagini, mi sono ritrovato a guardare tanti ragazzi e a domandarmi quanti di loro conoscano davvero il peso di quei sacrifici.

Naturalmente non conosco le condizioni economiche di ciascuno. E non sarebbe giusto giudicare una persona dal modo in cui veste o dal telefono che possiede.

Ma una domanda voglio farmela ugualmente.

Non è che, qualche volta, abbiamo finito per confondere il costo della vita con il costo dei nostri desideri?

Perché oggi sembra quasi che tutto sia diventato indispensabile.

L’ultimo iPhone, possibilmente quello appena uscito. La bicicletta elettrica più bella. Le scarpe firmate. Gli abiti con il marchio bene in vista. Oggetti che possono costare centinaia, talvolta migliaia di euro, e che rischiano di trasformarsi da semplici desideri in bisogni irrinunciabili.

Attenzione, non c’è nulla di male nel desiderare qualcosa di bello. E non c’è nulla di male nel possederlo, se ci si può permettere di acquistarlo.

Ma se abbiamo cominciato a considerare una necessità ciò che fino a ieri era un lusso, forse dovremmo interrogarci anche sul significato che attribuiamo alle parole.

Perché una cosa è non riuscire a comprare il pane, un’altra è non potersi permettere l’ultimo modello di telefono.

E le due cose, per quanto qualcuno possa storcere il naso, non sono affatto uguali.

Mi tornano allora alla mente gli anni della mia giovinezza.

Non voglio raccontare la solita favola di quando eravamo ragazzi noi, perché ogni generazione ha avuto le proprie difficoltà e ogni epoca ha i propri problemi.

Però qualche differenza, lasciatemelo dire, esisteva.

Ricordo che i nostri scioperi a scuola, quando capitavano, nascevano magari perché in classe non funzionavano i termosifoni e faceva freddo. Erano proteste semplici, legate a problemi che vivevamo direttamente.

Per il resto, il cartellino sulla maglietta era soltanto l’etichetta della ditta che l’aveva prodotta. Non un simbolo da esibire per dimostrare agli altri quanto valevamo.

Il telefono era quello a gettoni. La bicicletta si recuperava da un amico, si aggiustava alla meglio e si continuava a pedalare. Un paio di scarpe doveva durare finché poteva, non fino all’uscita del modello successivo.

Non eravamo migliori dei ragazzi di oggi. Eravamo semplicemente figli di un altro tempo.

E soprattutto, almeno per quanto mi riguarda, non conoscevamo fino in fondo i problemi economici delle nostre famiglie.

Erano problemi dei grandi.

I nostri genitori facevano sacrifici che spesso nemmeno vedevamo, forse proprio perché cercavano di proteggerci da quelle preoccupazioni.

E noi crescevamo senza sapere quanto costasse davvero mantenere una casa, pagare una bolletta o mettere insieme il pranzo e la cena.

Ma una cosa la sapevamo.

Che i soldi non crescevano sugli alberi e che il rispetto non era facoltativo.

Mai mi sarebbe venuto in mente che, per protestare contro qualcosa, avrei potuto saltare sul cofano di una gazzella dei Carabinieri, danneggiare un bene pubblico o aggredire qualcuno che stava semplicemente svolgendo il proprio lavoro.

E non perché fossimo tutti santi. Tutt’altro.

Ma perché esisteva un confine che, almeno nella nostra educazione, non doveva essere superato.

Oggi, invece, ho l’impressione che quel confine sia diventato sempre più sottile.

E qui arriviamo a un altro punto.

Una protesta deve creare disagio, non distruzione.

Lo sciopero, per sua stessa natura, serve a interrompere una normalità. Serve a richiamare l’attenzione, a provocare una reazione, a costringere chi governa o chi decide a confrontarsi con un problema.

Deve far discutere. Deve scuotere le coscienze. Deve perfino creare malumore, quando necessario.

Ma tutto questo può e deve avvenire senza trasformare il dissenso in violenza.

Perché quando si distrugge una vetrina, si danneggia un’automobile o si aggredisce un rappresentante delle forze dell’ordine, non si sta più difendendo una ragione.

Si sta semplicemente commettendo un torto.

E c’è anche una contraddizione che trovo difficile da accettare.

Se protestiamo perché la vita costa troppo, che senso ha provocare danni che qualcuno dovrà pagare?

Chi pagherà per riparare ciò che viene distrutto? Chi risarcirà il commerciante che si ritrova con la propria attività danneggiata? Chi sosterrà il costo degli interventi e dei mezzi pubblici colpiti?

Alla fine, direttamente o indirettamente, il conto rischia di arrivare proprio a quella collettività che si dice di voler difendere.

Una contraddizione enorme.

E allora, lo dico senza troppi giri di parole: davanti a certe scene faccio davvero fatica a schierarmi dalla parte di chi protesta.

Non perché non comprenda le difficoltà economiche delle famiglie italiane. Quelle esistono, eccome. E meriterebbero risposte serie, concrete e soprattutto urgenti.

Ma perché la violenza finisce per cancellare perfino le ragioni più giuste.

E quando vedo ragazzi che sembrano più interessati allo scontro che al confronto, mi viene spontaneo chiedermi se conoscano davvero le motivazioni per le quali sono scesi in piazza.

Perché una protesta senza consapevolezza rischia di diventare soltanto confusione.

E la confusione, per quanto rumorosa, difficilmente produce qualcosa di buono.

Poi, però, mi fermo a riflettere ancora un momento.

E mi domando: ma siamo proprio sicuri che la responsabilità sia soltanto di quei ragazzi?

Perché forse il problema più grande non è chi scende in piazza senza sapere esattamente perché.

Forse il problema è anche chi lo convince a farlo, chi alimenta la rabbia senza insegnare a governarla, chi trasforma un disagio reale in uno slogan e uno slogan in uno scontro.

Mi chiedo dove siano gli adulti. Dove siano gli educatori. Dove siano quelle figure che dovrebbero aiutare i giovani a costruirsi un pensiero critico, non semplicemente a ripetere quello degli altri.

E mi chiedo anche quanta responsabilità abbiamo noi genitori.

Perché forse, nel tentativo di dare ai nostri figli tutto ciò che non abbiamo avuto, abbiamo finito qualche volta per non insegnare loro quanto costa ottenerlo.

Abbiamo cercato di risparmiare loro ogni sacrificio, dimenticando che proprio il sacrificio insegna il valore delle cose.

Abbiamo provato a proteggerli da ogni difficoltà, senza accorgerci che alcune difficoltà servono a diventare grandi.

E magari abbiamo insegnato loro a pretendere prima ancora di imparare a meritare.

Naturalmente non tutti i giovani sono così. Per fortuna.

Ci sono tantissimi ragazzi straordinari, che studiano, lavorano, si impegnano nel volontariato, aiutano le proprie famiglie e costruiscono silenziosamente il proprio futuro.

Ragazzi che non fanno notizia perché non rompono vetrine, non lanciano oggetti e non salgono sulle automobili delle forze dell’ordine.

Ma sono proprio loro, a mio avviso, la parte migliore di questa generazione.

Ed è anche per rispetto nei loro confronti che non possiamo confondere una manifestazione con chi decide di trasformarla in violenza.

Perché chi protesta pacificamente ha tutto il diritto di essere ascoltato. Chi usa la violenza, invece, deve rispondere delle proprie azioni.

E le responsabilità, naturalmente, vanno accertate individualmente, senza trasformare un’intera generazione in un bersaglio.

Il problema è che troppo spesso sono proprio i più violenti a conquistare le prime pagine, lasciando nell’ombra chi avrebbe davvero qualcosa da dire.

E così, alla fine, non parliamo più del carovita, degli stipendi, delle bollette o delle famiglie in difficoltà.

Parliamo soltanto degli scontri.

Ed è forse questa la sconfitta più grande di una protesta che avrebbe potuto avere ragioni importanti.

Il nostro caffè della domenica, intanto, si è quasi raffreddato.

E mentre lo finisco, penso a una cosa.

Quando eravamo ragazzi, forse avevamo meno oggetti, meno possibilità e meno comodità. Ma questo non significa che avessimo meno sogni.

Anzi, forse proprio perché non potevamo avere tutto, imparavamo a desiderare davvero qualcosa.

Oggi i nostri figli hanno davanti un mondo infinitamente più grande di quello che avevamo noi. Possono conoscere, comunicare, viaggiare, studiare e confrontarsi con una facilità che un tempo sarebbe sembrata fantascienza.

Eppure, qualche volta, ho l’impressione che a tanta libertà non corrisponda altrettanta consapevolezza.

Forse dovremmo ricominciare proprio da qui.

Dall’insegnare ai nostri ragazzi che avere un diritto non significa poter fare qualsiasi cosa. Che essere arrabbiati non autorizza a diventare violenti. Che la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri.

E soprattutto che il valore di una persona non si misura dal telefono che tiene in tasca, dal marchio stampato sulla maglietta o dal rumore che riesce a fare in una piazza.

Si misura anche dalla capacità di rispettare, comprendere, costruire.

Perché per cambiare il mondo non basta avere la forza di ribaltare un’automobile. Bisogna avere le idee, il coraggio e la pazienza di rimettere in piedi ciò che non funziona.

E forse, prima di chiedere ai nostri ragazzi per che cosa siano disposti a scendere in piazza, dovremmo tornare a chiedere loro per che cosa siano disposti a impegnarsi davvero.

Perché distruggere richiede pochi minuti.

Costruire, invece, può richiedere una vita intera.

Buona domenica a tutti. E buon caffè.

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