di Camillo Buono
Ci sono settimane che passano senza lasciare particolari ricordi e altre che, invece, ci offrono l’occasione per fermarci un momento e riflettere. Quella appena trascorsa, per la nostra isola, appartiene certamente alla seconda categoria.
Abbiamo vissuto giorni difficili, segnati dall’incertezza sui rifornimenti, dalle preoccupazioni per i trasporti e dalle conseguenze delle proteste degli autotrasportatori. Ma, lasciatemelo dire, accanto a una crisi reale abbiamo assistito anche a qualcosa che, per molti aspetti, mi è sembrata una vera e propria psicosi collettiva.
Proviamo a ripercorrere quanto accaduto.
Tutto comincia con le proteste degli autotrasportatori, esasperati dall’aumento dei costi del carburante e dalle difficoltà di un settore che, come tanti altri, deve fare quotidianamente i conti con spese sempre più pesanti.
Le manifestazioni interessano diverse città del Sud, tra cui Napoli. I blocchi e il rallentamento della circolazione delle merci finiscono inevitabilmente per ripercuotersi anche su Ischia, dove quasi tutto ciò che consumiamo arriva dalla terraferma.
Una condizione che conosciamo bene e che, ancora una volta, ci ricorda quanto possa essere fragile il sistema degli approvvigionamenti di un’isola.
Fin qui, nulla da eccepire: una protesta, le sue conseguenze e una comprensibile preoccupazione per ciò che sarebbe potuto accadere nei giorni successivi.
Il problema, a mio avviso, è cominciato quando la preoccupazione si è trasformata in panico.
È bastato sentire parlare delle prime difficoltà nei rifornimenti per assistere a lunghe file ai distributori, automobilisti alla ricerca degli ultimi litri disponibili e supermercati presi d’assalto.
Sembrava, a tratti, che fosse scoppiata la Terza guerra mondiale.
E invece eravamo sempre in Italia, nel Golfo di Napoli, alle prese con una protesta che, per quanto seria, non rappresentava certo la fine del mondo.
Vi posso garantire che ho visto persone abituate a fare cinque o dieci euro di carburante alla volta arrivare a rifornimenti da cento euro e anche oltre.
Per carità, non voglio giudicare nessuno. Ognuno conosce le proprie necessità, i propri impegni e le difficoltà che deve affrontare.
Capisco perfettamente chi, nell’incertezza, abbia preferito fare il pieno alla propria automobile. Può essere stata una scelta prudente.
Ma riempire taniche e fare scorte sproporzionate rispetto alle proprie esigenze mi è sembrato francamente eccessivo.
Lo stesso discorso vale per i supermercati.
Carrelli pieni delle cose più disparate, acquisti improvvisi e una corsa alle provviste che ricordava più la preparazione all’Armageddon che una temporanea difficoltà nei trasporti.
E qui mi viene spontanea una domanda: quanta parte di quella paura era giustificata dalla situazione e quanta, invece, è stata alimentata dal comportamento degli altri?
Perché il panico ha una caratteristica particolare: è contagioso.
Se vediamo dieci persone correre a fare carburante, ci convinciamo che dobbiamo farlo anche noi. Se qualcuno riempie un carrello di generi alimentari, cominciamo a pensare che forse dovremmo imitarlo.
E così, senza rendercene conto, rischiamo di aggravare proprio quella difficoltà che vorremmo evitare.
Personalmente ho scelto di aspettare. Oggi sono andato tranquillamente al distributore e, in due minuti, ho fatto i miei trenta euro di carburante. Senza fila, senza stress e senza alcuna corsa contro il tempo.
Non lo racconto per dire di essere stato più bravo degli altri. Semplicemente, credo che in certe situazioni mantenere un po’ di lucidità possa essere utile a tutti.
Naturalmente, questo non significa sottovalutare le difficoltà vissute da chi aveva bisogno di carburante per lavorare, raggiungere un ospedale o garantire un servizio essenziale. Per queste persone la crisi è stata concreta, non certo immaginaria.
Ma veniamo al cuore della vicenda: la protesta degli autotrasportatori.
Dopo giorni di tensione, la mobilitazione è rientrata, anche a seguito delle misure e delle agevolazioni prospettate dal Governo per alcune categorie produttive.
Una conclusione che ha permesso di avviare il ritorno alla normalità, sebbene sull’isola gli effetti dei mancati rifornimenti possano richiedere più tempo per essere completamente superati.
Del resto, uno sciopero non può essere valutato soltanto attraverso i disagi che provoca. Bisogna comprenderne anche le ragioni.
Chi lavora nell’autotrasporto affronta costi importanti, margini spesso ridotti e responsabilità quotidiane. È giusto che queste difficoltà trovino ascolto nelle istituzioni.
Allo stesso tempo, quando una protesta rischia di compromettere servizi essenziali e approvvigionamenti fondamentali, diventa indispensabile trovare un equilibrio tra il diritto di manifestare e la tutela della collettività.
E qui arriviamo a un altro episodio che mi ha fatto riflettere.
Oggi, mentre ero al distributore, qualcuno osservava con sorpresa che i prezzi del carburante erano ancora alti.
«Ma allora non è servito a nulla!», commentava.
Evidentemente qualcuno si aspettava che, una volta terminata la protesta, il prezzo alla pompa sarebbe improvvisamente diminuito.
Ma le eventuali agevolazioni fiscali destinate a determinate categorie lavorative non equivalgono necessariamente a uno sconto immediato sul prezzo pagato da tutti gli automobilisti.
Un credito d’imposta, per esempio, è cosa ben diversa da una riduzione generalizzata del prezzo del carburante.
E questo ci porta a una riflessione più ampia, forse la più delicata di questo nostro caffè domenicale.
Parliamo continuamente di caro vita, di difficoltà economiche e di sacrifici. Ma siamo ancora capaci di distinguere ciò che ci serve davvero da ciò che semplicemente desideriamo?
Sia chiaro: non ho nulla contro chi possiede una bella automobile, uno smartphone di ultima generazione, una bicicletta elettrica o qualsiasi altro bene che renda la vita più comoda e piacevole.
Ognuno è libero di spendere il proprio denaro come preferisce. E l’apparenza, naturalmente, non racconta sempre la reale situazione economica di una famiglia.
Tuttavia, non posso fare a meno di notare una contraddizione che, a volte, emerge nei nostri comportamenti.
Ci lamentiamo del costo della vita, ma contemporaneamente sembriamo incapaci di rinunciare a qualcosa. L’ultimo telefono, l’automobile più importante, le scarpe alla moda, l’accessorio tecnologico appena uscito.
Tutto sembra diventato indispensabile.
Eppure, per come sono cresciuto io, il principio era piuttosto semplice: se una cosa non potevo permettermela, aspettavo. Oppure ci rinunciavo.
Non era una tragedia. Era semplicemente una scelta.
Oggi, invece, abbiamo talvolta l’impressione che rinunciare a un desiderio rappresenti un’ingiustizia.
E attenzione, perché mentre discutiamo di queste cose ci sono famiglie che affrontano difficoltà ben più serie.
Famiglie che non devono scegliere quale automobile acquistare, ma come arrivare alla fine del mese. Genitori che fanno i conti con la spesa quotidiana, con le bollette e con il prezzo di un pacco di pasta in più.
Persone che, spesso in silenzio e senza grandi proclami, continuano a tirare la cinghia.
È soprattutto a loro che penso quando sento parlare di sacrifici.
E proprio per questo faccio fatica ad accettare certe immagini arrivate dalle piazze durante le proteste.
Manifestazioni che, in alcuni casi, sono degenerate in episodi di violenza, devastazioni e comportamenti che nulla hanno a che vedere con una legittima rivendicazione sociale.
Mi colpisce soprattutto vedere giovani partecipare a queste scene.
E mi domando se tutti coloro che scelgono la violenza abbiano davvero compreso le ragioni per le quali si trovano in piazza.
Non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono tantissimi ragazzi seri, responsabili, che studiano, lavorano e conoscono benissimo il significato della parola sacrificio.
Ma davanti a certi comportamenti viene spontaneo chiedersi quale idea di protesta e di convivenza civile stiamo trasmettendo alle nuove generazioni.
Perché rivendicare un diritto è una cosa, distruggere ciò che appartiene alla collettività è tutt’altra.
E se qualcuno pensa che il modo migliore per farsi ascoltare sia mettere a ferro e fuoco una città, credo abbia frainteso profondamente il significato della parola giustizia.
Ben vengano dieci, cento, mille scioperi, se necessari a richiamare l’attenzione delle istituzioni sui problemi di chi lavora e di chi non riesce più ad andare avanti.
Il diritto di sciopero è una conquista fondamentale e deve essere rispettato.
Ma la protesta dovrebbe servire a costruire una risposta, non a trasformare la rabbia in distruzione.
E forse è proprio questa la riflessione che mi lascia la settimana appena trascorsa.
Abbiamo bisogno di meno isteria, meno apparenza e più senso della misura.
Abbiamo bisogno di distinguere le vere emergenze dalle paure alimentate dal passaparola, i bisogni reali dai desideri, le proteste legittime dalla violenza.
E soprattutto abbiamo bisogno di riscoprire il valore di una parola che sembra essere diventata fuori moda: responsabilità.
Responsabilità verso noi stessi, verso chi ci sta accanto e verso una comunità che, soprattutto nei momenti difficili, dovrebbe imparare a ragionare insieme anziché lasciarsi trascinare dal panico.
Perché, alla fine, una società non si misura soltanto da quanto possiede, ma anche da come reagisce quando qualcosa comincia a mancare.
E questa settimana, forse, qualche domanda dovremmo farcela tutti.
Con questo pensiero vi auguro una buona domenica e, naturalmente, un buon caffè a tutti!







Rispondi