di Camillo Buono
Ci sono settimane in cui i fatti sembrano mettersi in fila da soli. Non hanno bisogno di troppe spiegazioni, perché parlano già con una forza tremenda. Questa è stata una di quelle settimane.
Da un lato Chiummano, nel Comune di Barano. Una casa da abbattere, due anziani dentro, un uomo di 79 anni dichiarato in condizioni di salute tali da rendere delicatissimo ogni intervento. Lo sgombero è stato sospeso in extremis proprio per le sue condizioni fisiche, mentre la vicenda resta appesa tra carte, ordinanze, perizie e decisioni della Procura.
Dall’altro lato il parcheggio della Siena, a Ischia. Un’opera di evidente interesse pubblico, arrivata al centro di una lunga battaglia giudiziaria, con la Cassazione che ha confermato la demolizione dopo il contenzioso sulle difformità e sull’ordinanza comunale.
Due storie diverse, certo. Ma unite da un filo comune: la sensazione che lo Stato, invece di essere casa, riparo, mediazione e giustizia sociale, finisca spesso per trasformarsi in un apparato freddo, incapace di distinguere il principio dalla vita reale.
Nel primo caso resta l’amaro in bocca. Anzi, qualcosa di più: resta un dolore civile. Perché una società che arriva a vedere due anziani vivere l’angoscia dell’abbattimento della propria abitazione dovrebbe fermarsi, guardarsi allo specchio e chiedersi dove abbia sbagliato.
La legalità è un valore. Nessuno può negarlo. Ma la legalità senza umanità rischia di diventare solo procedura. E quando la procedura schiaccia le persone più fragili, qualcosa non funziona più. Gli anziani non si lasciano soli. Gli anziani si proteggono. Sempre.
Nel secondo caso, quello del parcheggio della Siena, il discorso cambia ma non si alleggerisce. Qui il tema non è solo umano, ma istituzionale, economico e politico. Un privato realizza un’opera destinata comunque a incidere sull’interesse pubblico. Poi, quando il manufatto è ormai sostanzialmente realizzato, il Comune accerta difformità, la giustizia fa il suo corso e l’opera diventa abusiva, quindi da demolire.
E allora la domanda è inevitabile: ma uno Stato serio, un Comune serio, un sistema serio, controllano prima, durante o solo alla fine?
Perché se un’opera non andava realizzata, bisognava impedirlo subito. Se invece è stata realizzata sotto gli occhi di tutti, fino a diventare un caso giudiziario enorme, allora il problema non è soltanto del privato. È anche di un sistema che spesso arriva tardi, quando il danno è già fatto.
E qui nasce la grande paura: chi investirà domani su quest’isola? Chi metterà soldi, idee, progetti, impresa, se poi il rischio è quello di restare intrappolato in una macchina burocratica che prima lascia fare e poi distrugge?
Non si tratta di giustificare l’abusivismo. Sarebbe troppo facile e anche sbagliato. Si tratta però di capire se la nostra isola sia ancora capace di governare i processi o se ormai sappia solo subirli: prima lasciando correre, poi invocando le ruspe.
Chiummano e la Siena sono due fotografie amare della stessa Ischia. Da una parte la fragilità sociale. Dall’altra l’incapacità amministrativa di tenere insieme sviluppo, regole e buon senso.
E allora questo Caffè della Domenica non vuole assolvere nessuno. Vuole solo porre una domanda semplice: uno Stato che non protegge i deboli e non accompagna chi investe, che Stato è?
Forse è arrivato il momento di dirlo con chiarezza: la legalità non può essere una clava. La burocrazia non può diventare una religione. E la giustizia non può perdere il volto umano.
Perché quando una comunità si abitua a guardare senza reagire, quando tutto diventa “fatto loro”, quando perfino il dolore degli anziani e il fallimento delle opere pubbliche o private diventano solo argomenti da bar, allora non è soltanto una casa a cadere. Non è soltanto un parcheggio a finire sotto sentenza.
A crollare è il senso stesso della comunità.
E questa, forse, è la demolizione più grave.






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