di Camillo Buono
Questa domenica mattina ha un rumore diverso sull’isola. È un rumore lento, quasi sospeso. Il tintinnio delle tazzine nei bar, il profumo del caffè che entra dalle finestre ancora socchiuse, qualche valigia trascinata sui marciapiedi e quello sguardo tipico di chi parte mentre qualcun altro arriva. È il ritmo di Ischia, capace ogni volta di riempirsi di vita quasi all’improvviso.
Il ponte del Primo Maggio, diciamolo, è stato una buona partenza. Locali pieni, strade animate, alberghi che hanno ricominciato a respirare. Un’isola viva. Ed è sempre bello vedere Ischia accendersi di persone, lingue diverse, sorrisi e voglia di mare. Perché il turismo, qui, non è soltanto economia. È identità. È il nostro modo di stare al mondo.
Ma poi, passato l’entusiasmo dei numeri e delle fotografie condivise sui social, resta una domanda che continua a tornare, quasi fastidiosa, ma necessaria: davvero il turismo isolano può vivere soltanto di occasioni?
Di ponti, festività, eventi sporadici e coincidenze fortunate?
Perché il vero problema non è attirare persone. Ischia continuerà ad attirarle comunque. La nostra isola possiede una forza naturale che pochi territori possono vantare. Mare, terme, montagne, borghi, tramonti, storia. Ischia non ha bisogno di essere inventata. Ha bisogno di essere organizzata.
Ed è qui che iniziano le difficoltà.
Perché troppo spesso ognuno guarda il fiore del proprio giardino, cercando di renderlo il più bello possibile. Ed è giusto farlo. Ma un paese non si costruisce con tanti piccoli recinti scollegati tra loro. Non basta il singolo imprenditore illuminato, il singolo evento riuscito, il singolo comune che prova a fare qualcosa in più degli altri.
Serve una regia.
Una regia vera. Seria. Capace di mettere insieme visione, responsabilità, programmazione e anche qualche rinuncia personale in nome di un progetto comune. Serve qualcuno che abbia il coraggio di guardare oltre la stagione estiva e oltre il consenso immediato.
Ma chi dovrebbe guidare questa regia?
La politica? Le associazioni di categoria? Gli imprenditori? Un consorzio unico? Oppure dobbiamo continuare ad aspettare qualche entità quasi sovrannaturale che arrivi magicamente a mettere ordine in un sistema che spesso sembra andare avanti per inerzia?
Nel frattempo si discute, ci si divide, si rincorrono polemiche, piccoli interessi, rivalità territoriali. E Ischia continua ad essere forte non grazie all’organizzazione, ma nonostante la mancanza di organizzazione.
Ed è forse questa la riflessione più amara.
Perché ci si accontenta. Ci si accontenta di una buona Pasqua, di un buon ponte, di qualche weekend pieno. Ci si accontenta perché l’isola, per sua natura, riesce ancora ad attrarre turismo quasi spontaneamente. Ma fino a quando?
Il turismo moderno corre veloce. Cambiano le esigenze, cambiano i servizi richiesti, cambiano i modelli di viaggio. Oggi non basta più avere un panorama bello da fotografare. Servono trasporti efficienti, mobilità organizzata, accoglienza, decoro, esperienze, comunicazione coordinata, identità territoriale.
Serve futuro.
E forse il vero rischio non è perdere il turismo dall’oggi al domani. Il vero rischio è restare fermi mentre gli altri imparano a correre meglio di noi.
Davanti a un caffè domenicale, con il mare che in lontananza continua a fare il suo mestiere da secoli, la sensazione è che Ischia abbia ancora tutto il potenziale per essere un modello. Ma il potenziale, da solo, non basta più.
Perché anche i luoghi più belli del mondo, senza visione, prima o poi finiscono per vivere soltanto di ricordi e occasioni.






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