di Camillo Buono

C’è una frase che si sente sempre più spesso nelle nostre comunità.

“Ormai che vuoi programmare?”

Detta così sembra quasi una forma di saggezza popolare, una presa d’atto della realtà, un modo per accettare le difficoltà della vita. Eppure, dietro quelle parole, si nasconde qualcosa di più profondo e, forse, di più preoccupante.

Si nasconde la rinuncia.

La rinuncia a immaginare un futuro diverso dal presente.

La rinuncia a costruire.

La rinuncia a credere che il domani possa essere migliore dell’oggi.

Negli ultimi anni, e probabilmente il periodo del Covid ha accelerato un processo già in atto, si è diffuso un modo di vivere che sembra limitarsi alla gestione dell’immediato. Si vive alla giornata. Si affronta ciò che accade oggi senza chiedersi dove saremo domani. Senza progettare. Senza investire su sé stessi, sulla propria famiglia, sulla propria comunità.

Attenzione, non sto parlando di chi vive una condizione di difficoltà economica o sociale. Chi combatte ogni giorno per arrivare a fine mese merita rispetto, non giudizi.

Parlo di un atteggiamento culturale.

Di quella mentalità che porta a considerare inutile qualsiasi sforzo rivolto al futuro.

Di quella convinzione secondo cui impegnarsi non serve, partecipare non serve, costruire non serve.

E così si smette di studiare davvero, di formarsi, di investire nelle proprie capacità. Si smette di interessarsi alla vita pubblica, alla scuola, alla politica, alle associazioni, alla crescita del territorio.

Ci si lascia trasportare dagli eventi.

Come una barca senza rotta che segue la corrente senza chiedersi dove arriverà.

La cosa più curiosa è che spesso chi vive così guarda con sospetto chi invece prova a fare il contrario.

Chi apre un’attività.

Chi studia.

Chi si impegna nel volontariato.

Chi dedica tempo alla propria comunità.

Chi prova a migliorare un servizio pubblico.

Chi cerca di costruire qualcosa che possa restare anche dopo di lui.

Invece di essere incoraggiato, viene spesso criticato.

Come se l’impegno fosse una colpa.

Come se avere un sogno fosse un difetto.

Come se provare a cambiare le cose fosse un’inutile perdita di tempo.

Eppure ogni società cresce grazie a coloro che immaginano qualcosa che ancora non esiste.

Le città che ammiriamo oggi sono state costruite da persone che hanno pensato al futuro.

Le imprese che danno lavoro sono nate da qualcuno che ha rischiato.

Le scuole, gli ospedali, le associazioni, le istituzioni che utilizziamo ogni giorno esistono perché qualcuno, prima di noi, ha deciso di guardare oltre il presente.

Ed è proprio osservando i giovani che questo fenomeno lascia un senso di amarezza.

Non perché i giovani siano peggiori delle generazioni precedenti. Ogni generazione ha avuto i propri limiti e le proprie fragilità.

Ma perché dovrebbero essere loro i grandi sognatori del nostro tempo.

Dovrebbero essere loro a voler conquistare il mondo.

A creare imprese.

A inventare professioni nuove.

A mettersi in discussione.

A credere che il futuro possa essere costruito e non semplicemente atteso.

Naturalmente esistono splendide eccezioni.

Ragazzi che studiano, lavorano, si sacrificano, fanno impresa, si impegnano nella cultura, nello sport, nel sociale.

Ma forse il vero problema è che oggi quelle eccezioni sembrano fare più rumore proprio perché sono diventate meno numerose.

Una volta era straordinario chi non faceva nulla.

Oggi rischia di diventare straordinario chi prova a fare qualcosa.

E questa non è una buona notizia.

Perché una società che smette di progettare il proprio futuro è una società che lentamente si spegne.

Non muore all’improvviso.

Semplicemente smette di crescere.

Smette di innovare.

Smette di migliorarsi.

Smette di credere in sé stessa.

Forse il compito più importante che abbiamo come genitori, insegnanti, amministratori e cittadini non è quello di lasciare ai nostri figli più denaro o più comodità.

Forse dobbiamo lasciare loro qualcosa di molto più prezioso.

La convinzione che il futuro non sia un luogo in cui andare.

Ma qualcosa che ogni giorno si costruisce.

Con fatica.

Con sacrificio.

Con responsabilità.

Con speranza.

Perché il rischio più grande non è fallire.

Il rischio più grande è smettere di provarci.

E una società che smette di provarci finisce inevitabilmente per vivere alla giornata.

Senza accorgersi che il futuro, nel frattempo, passa e va via.

Meglio che bevo il mio caffè.

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