di Camillo Buono

C’era una canzone che raccontava Ischia come il “paraviso ‘e giuventù”. Un’isola capace di far innamorare chiunque la visitasse e di offrire ai suoi giovani un luogo dove costruire il proprio futuro.

Oggi, invece, la sensazione è un’altra. Il paradiso sembra sbiadire giorno dopo giorno e la gioventù, quella vera, continua a partire. E se continueremo su questa strada, il rischio è che un domani non rimanga nemmeno Ischia.

Le parole pronunciate nei giorni scorsi dal Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, hanno avuto l’effetto di un macigno. Un numero, più di ogni altro, ha colpito l’opinione pubblica: 800 demolizioni.

Ottocento.

Un numero che, letto così, può sembrare soltanto una statistica. Ma dietro ogni numero c’è una casa, dietro ogni casa ci sono delle persone, dietro ogni persona c’è una storia.

Se ipotizzassimo, per difetto, una media di appena tre persone per ogni abitazione interessata, parleremmo di circa 2.400 cittadini che potrebbero ritrovarsi senza un tetto. Una stima, certo. Ma sufficiente a comprendere che non stiamo discutendo soltanto di cemento, bensì di una questione sociale che rischia di diventare enorme.

Prima di lasciarci travolgere dall’emotività, però, credo sia doveroso analizzare con attenzione le parole del Procuratore.

Il protocollo sottoscritto riguarda il Comune di Napoli e, almeno da quanto emerge dagli atti pubblicamente disponibili, non la Città Metropolitana. Inoltre, Gratteri non ha affermato che vi siano 800 demolizioni tra Ischia e i Campi Flegrei. Ha ricordato, invece, che la Procura ha concentrato la propria attenzione su quei territori. Una precisazione che non ridimensiona affatto il problema dell’abusivismo sull’isola e che non autorizza nessuno ad abbassare la guardia. Significa semplicemente che quel fenomeno è già stato oggetto di un’intensa attività giudiziaria e che oggi l’attenzione della Procura sembra estendersi anche ad altre realtà del territorio napoletano.

Ma per le famiglie di Ischia il problema resta esattamente lo stesso.

Ed è qui che nasce la riflessione di oggi.

Perché, al di là delle sentenze, al di là dei numeri e delle responsabilità individuali, continuo a chiedermi quale sia il senso di una legalità che arriva dopo quarant’anni di silenzi.

Sia chiaro. Nessuno mette in discussione il rispetto della legge. Nessuno pretende che l’abusivismo diventi normale o che le sentenze non vengano eseguite.

Ma una domanda credo sia legittima porsela.

Dov’era lo Stato quarant’anni fa?

Dov’era quando interi quartieri crescevano senza una pianificazione urbanistica adeguata?

Dov’era quando migliaia di famiglie costruivano confidando in condoni, sanatorie, promesse politiche e in un sistema che, di fatto, sembrava tollerare tutto?

Per decenni la politica ha preferito rinviare. Ha chiuso gli occhi, ha rimandato le decisioni, ha trasformato un problema urbanistico in un gigantesco problema sociale.

Oggi, invece, il conto lo pagano come sempre, solo i cittadini.

E allora mi torna in mente il titolo di questo Caffè: Le favelas della Campania.

No, Ischia non è una favelas.

Ma tutte le favelas del mondo hanno una caratteristica comune: nascono quando lo Stato smette di governare un fenomeno e lascia che siano i cittadini, spesso i più deboli, a trovare da soli una soluzione.

Poi, un giorno, lo Stato ritorna.

Ma non con un piano urbanistico.

Non con un progetto di rigenerazione.

Non con alloggi alternativi.

Non con una politica capace di assumersi le proprie responsabilità.

Ritorna con le ruspe.

Ed è proprio questo che mi inquieta.

Perché una casa può essere abusiva. Ma dentro quella casa vivono persone che, molto spesso, non hanno mai avuto alternative.

Anziani.

Famiglie.

Figli.

Persone che hanno trascorso una vita intera tra quelle mura e che oggi guardano al futuro con paura.

La legalità è un valore irrinunciabile.

Ma uno Stato veramente forte non è quello che arriva soltanto per demolire.

È quello che previene, programma, governa e si assume le proprie responsabilità prima che sia troppo tardi.

Perché se la politica continua a limitarsi a rincorrere i problemi invece di risolverli, il rischio non sarà soltanto quello di abbattere delle case.

Il rischio sarà quello di abbattere intere comunità.

La mia generazione guarda tutto questo con crescente distanza. Non perché non creda nella legalità, ma perché fatica a riconoscere nelle istituzioni quella capacità di programmare il futuro che dovrebbe essere il primo dovere della politica.

Così i giovani continuano ad andare via.

Le famiglie si dividono.

I paesi si svuotano.

E lentamente scompare ciò che rendeva unica questa terra.

Forse un giorno le nostre “favelas” non esisteranno più.

Ma se nel frattempo saranno scomparsi anche i cittadini, i giovani e le famiglie, resteranno soltanto paesi bellissimi da fotografare e sempre meno persone pronte a viverli.

Ed è questa la domanda che vorrei lasciare sul tavolo, davanti al nostro caffè della domenica.

Siamo davvero sicuri che, dopo quarant’anni di assenza della politica, la risposta possa essere soltanto una ruspa? Oppure è arrivato il momento che qualcuno inizi finalmente a demolire anche decenni di irresponsabilità istituzionale, dando finalmente certezze e non paure ai cittadini?

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