di Elia Mollo
Fermati un attimo e prova a pensarci. Quante volte è successo oggi? E quante di quelle volte hai davvero alzato lo sguardo per ascoltarlo?
C’è una scena che, purtroppo, si ripete sempre più spesso nelle case di tante famiglie.
Un bambino inizia a raccontare qualcosa. Parla con entusiasmo, fa domande, cerca uno sguardo. Dall’altra parte, però, trova un adulto con gli occhi fissi sul telefono. Così continua a parlare… da solo. Aspetta una risposta che non arriva, ripete quello che ha detto, poi si ferma. Non perché abbia finito il suo racconto, ma perché ha capito di non essere stato ascoltato.
Non succede per cattiveria. Succede perché, quasi senza accorgercene, il telefono è diventato il protagonista delle nostre giornate. Una notifica, un messaggio, Facebook, Instagram, TikTok, un video da guardare, una rapida occhiata ai social. Pensiamo che siano solo pochi minuti, ma quei minuti, sommati uno all’altro, diventano ore. Ore sottratte alle persone che ci sono accanto.
Il rischio più grande non è il tempo che trascorriamo davanti a uno schermo, ma quello che ci perdiamo mentre lo stiamo guardando. Un figlio che vuole raccontarci la sua giornata, una risata condivisa, una domanda fatta con entusiasmo, uno sguardo che cerca attenzione. Sono momenti semplici, ma preziosi. E soprattutto irripetibili.
La tavola non è soltanto il luogo dove si mangia. È il momento in cui una famiglia si ritrova, si racconta la giornata, ride, si ascolta. Per questo il telefono dovrebbe restare da parte. Un messaggio può aspettare qualche minuto, il racconto di un figlio no.
I bambini osservano ogni gesto degli adulti. Se vedono che mentre loro parlano l’attenzione è rivolta a uno schermo, imparano che quel comportamento è normale. Ma imparano anche qualcosa di più sottile: che ciò che hanno da dire può aspettare.
E quando un figlio arriva a dire: “Posa il telefono”, oppure smette di parlare perché ha capito di non essere ascoltato, non è lui a essere troppo esigente. È un segnale che merita di essere accolto. Se la mancanza di attenzione viene percepita dai figli, è il momento di fermarsi e riflettere. Non per sentirsi giudicati, ma perché nessuna notifica sarà mai più importante degli occhi di un bambino che cercano quelli del proprio genitore.
Nessuno chiede genitori perfetti. Bastano piccoli gesti: appoggiare il telefono durante i pasti, guardare negli occhi chi ci sta parlando, ascoltare fino alla fine il racconto di una giornata di scuola o di un gioco. Per noi possono sembrare pochi minuti. Per un figlio, invece, sono ricordi che porterà con sé per tutta la vita.
I social saranno ancora lì tra un’ora, domani e anche la settimana prossima. L’infanzia dei nostri figli, invece, passa in fretta. Ogni giorno che lasciamo andare è un giorno che non tornerà più. E forse, tra qualche anno, non rimpiangeremo di aver perso un post o un video, ma quei piccoli istanti che avrebbero meritato tutta la nostra attenzione.
Forse non è il telefono il problema, ma il posto che gli stiamo dando nelle nostre giornate. Ogni tanto basterebbe metterlo da parte per riscoprire ciò che abbiamo sempre avuto accanto: le persone che amiamo.
I figli non ci ricorderanno per il telefono che avevamo in mano, ma per il tempo che abbiamo dedicato loro quando avevano più bisogno di noi.
Come recita una frase che circola da tempo sul web:
“Sono rimasto per qualche ora senza connessione a Internet e ho conosciuto delle persone meravigliose. Dicono di essere la mia famiglia.”
– Anonimo
Fa sorridere, ma racchiude una grande verità. Le notifiche possono aspettare. Facebook, Instagram e i social saranno sempre lì. L’infanzia dei nostri figli, invece, passa una volta sola. E ogni momento perso oggi è un ricordo in meno da custodire domani.







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