di Gerardina Di Massa
C’era una volta un bambino dai capelli rossi e dagli occhi chiari. A guardarlo non sembrava del posto.
Camminava lungo una stradina sterrata, mentre il Monte Epomeo, maestoso, sembrava osservarlo dall’alto. Ogni tanto, con la punta dei piedi, spostava qualche ciottolo. Il cielo era sereno, l’aria mite e, tra la vegetazione, spuntavano piccoli fiori gialli.
Quel bambino si chiamava Enzo e stava andando a trovare suo nonno, Geppino, un uomo d’altri tempi che sapeva raccontare tanti fattarielli: storie di vita, di quotidianità, sospese tra realtà e fantasia.
Quando arrivò, bussò alla porta. Geppino era intento a preparare il pranzo. Si voltò di scatto e accolse il nipote con un sorriso. Era un uomo di poche parole, ma quando parlava della sua isola, di Serrara-Fontana, il paese dove era nato e cresciuto, i suoi occhi si illuminavano.
«Nonno, sono venuto a mangiare con te», disse Enzo.
Geppino annuì senza smettere di mescolare il pentolone che bolliva sul fuoco.
«Vai a prendere un po’ di legna fuori, altrimenti il fuoco si spegne.»
Enzo uscì di corsa sul terrazzo, dove era accatastata la legna da ardere. Mentre raccoglieva i pezzi di legno, alzò lo sguardo verso il cielo: era limpido, terso, incredibilmente bello. Il sole non scottava e l’Epomeo sembrava quasi guardarlo, con quell’immensa distesa di vegetazione che ne ricopriva le pendici.
Rientrò con la legna e la consegnò al nonno. Il vecchio focolare tornò ad ardere e la casa si riempì del profumo della pasta e fagioli che Geppino stava preparando.
Enzo lo osservava con ammirazione. Guardava il suo passo leggermente incerto, i baffi ormai bianchi, la coppola che non abbandonava mai, i jeans consumati e quelle mani segnate da una vita di lavoro.
Mangiarono immersi nel silenzio della natura, rotto soltanto dallo scoppiettare del fuoco e dal canto degli uccelli che arrivava dall’esterno.
Alla fine del pranzo, Geppino prese delicatamente la mano del nipote. Non era un uomo abituato a mostrare i propri sentimenti, ma con Enzo riusciva a essere diverso. Come il vento che, lentamente, leviga la roccia di una montagna, così il suo cuore, con la nascita del nipote, si era addolcito.
«Enzù… lo sai che la pasta e fagioli era il piatto preferito di tua nonna?»
Il bambino rimase sorpreso. Il nonno non parlava mai di lei.
«La nonna era rossa come me, vero? In famiglia sono l’unico con i capelli di questo colore. Tutti mi guardano, tutti mi fanno domande… ma io sono solo un bambino.»
Geppino abbassò lo sguardo.
Dopo qualche istante si alzò, raggiunse la vecchia cristalliera dove erano custoditi il servizio buono di piatti e bicchieri e aprì lentamente un cassetto che cigolò. Ne tirò fuori una fotografia incorniciata e la porse al nipote.
Era una donna bellissima, con i capelli rossi e gli occhi chiari. Enzo ne rimase senza parole: la somiglianza era impressionante.
«È la nonna?»
«Certo. Maria ‘a Ross… così la chiamavo.»
La voce del nonno tradiva una commozione che cercava inutilmente di nascondere.
«Perché non ci sono sue fotografie in casa?»
Geppino sospirò profondamente.
«L’ammore è strano… nun è na pazziell. Maria era comme ‘a mela cchiù bella d”o ciardino. Aveva la pelle liscia, i capelli di rame, gli occhi… comm’ t”o spieg…»
Improvvisamente il suo volto cambiò. Gli occhi si fecero piccoli, persi in un ricordo lontano.
«Me l’hann’accis… accussì… senza motivo. E io so’ rimast’ sul.»
Enzo sgranò gli occhi.
«Ma chi, nonno? Cosa è successo?»
Geppino rimase in silenzio per qualche istante.
Poi parlò con voce bassa.
«Vedi, Enzo, ti ho sempre detto di non salire lungo il sentiero che porta sul Monte Epomeo. E tu non l’hai mai fatto, vero? Se te l’ho chiesto, c’è un motivo. Nella pancia della montagna c’è un pozzo enorme e, se provi ad avvicinarti, il guardiano ti tira dentro… e muori.»
Il bambino ascoltava immobile.
«La nonna non lo sapeva ancora. Non era nata qui a Ischia e certe cose si imparano soltanto vivendo quest’isola…»
Il nonno gli strinse la mano.
«Per questo ti dico di non avvicinarti mai a quel sentiero maledetto. Io non posso perdere anche te. Quando ho perso tua nonna, una parte di me è andata via con lei. Poi sei arrivato tu… e no… nun te pozz’ perdere.»
I due si sciolsero in un lungo abbraccio.
Chissà da quanto tempo Geppino teneva tutto quel dolore chiuso nel cuore. Chissà quanta solitudine aveva attraversato la sua vita.
Intanto Fontana continuava a vivere.
C’era chi aveva deciso di andarsene, chi aveva scelto di restare e chi, con il tempo, aveva imparato a convivere con quelle antiche paure.
Perché ogni luogo custodisce i propri misteri.
E ogni montagna conserva le sue storie.








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