di Camillo Buono

Ci sono sentenze che chiudono un processo. E poi ci sono sentenze che aprono una riflessione.

Quella che riguarda Mario Roggero è una di queste.

La legge ha stabilito che quell’uomo ha commesso un omicidio. In uno Stato di diritto le sentenze si rispettano. È un principio che non può essere messo in discussione.

Ma proprio perché viviamo in uno Stato di diritto, credo sia doveroso porsi una domanda che va oltre il processo.

Chi doveva proteggere Mario Roggero prima di quel giorno?

Per anni quel commerciante aveva denunciato, aveva subito rapine, aveva continuato ad aprire ogni mattina la serranda del proprio negozio sapendo che, da un momento all’altro, qualcuno avrebbe potuto puntargli ancora una pistola contro.

È davvero possibile pensare che tutta la responsabilità inizi e finisca in quei pochi secondi immortalati dalle telecamere?

Oppure dobbiamo avere il coraggio di domandarci se lo Stato, attraverso tutte le istituzioni chiamate a garantire la sicurezza pubblica — Prefettura, Questura, Forze dell’Ordine, Magistratura, ciascuna per le proprie competenze — abbia fatto tutto ciò che era possibile per evitare che un cittadino arrivasse a sentirsi completamente solo?

Perché è facile giudicare una reazione osservando un filmato decine di volte.

Molto più difficile è entrare nella mente di una persona che, per l’ennesima volta, vede dei rapinatori entrare nel proprio negozio.

Noi quei secondi li analizziamo seduti su una sedia.

Lui li ha vissuti.

Ed è una differenza enorme.

Negli ultimi anni abbiamo quasi preteso che l’essere umano reagisca come una macchina.

Lucido.

Freddo.

Perfettamente razionale.

Capace di elaborare ogni conseguenza in una frazione di secondo.

Ma l’essere umano non è un algoritmo.

Non è un robot.

Non è un sistema di intelligenza artificiale programmato per scegliere sempre la soluzione statisticamente migliore.

L’essere umano ha paura.

Ha ricordi.

Ha traumi.

Ha adrenalina.

Ha un cuore che accelera, un cervello che viene travolto dagli eventi, un istinto che, in determinate circostanze, prende inevitabilmente il sopravvento sulla razionalità.

Ed è proprio questa la grande differenza tra un uomo e una macchina.

Una macchina esegue.

Un uomo reagisce.

E reagisce con tutto il peso della propria storia, delle proprie paure, delle esperienze già vissute.

La giustizia ricostruisce i fatti.

Ma nessuna perizia potrà mai ricostruire fino in fondo ciò che accade nella mente di una persona che, in pochi interminabili secondi, teme di perdere la vita, la propria famiglia o tutto ciò che ha costruito con il lavoro di una vita.

Per questo la mia riflessione non riguarda soltanto Mario Roggero.

Riguarda qualcosa di molto più grande.

Riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni.

Perché uno Stato di diritto non si misura soltanto dalla capacità di applicare la legge.

Si misura, prima di tutto, dalla capacità di impedire che un cittadino venga lasciato solo.

Lo Stato chiede ai cittadini di non farsi giustizia da sé.

Ed è giusto che lo faccia.

Ma allora quello stesso Stato ha il dovere morale e istituzionale di essere presente prima che accada l’irreparabile, non soltanto dopo.

Troppo spesso, invece, in Italia lo Stato arriva sempre dopo.

Dopo una rapina.

Dopo una tragedia.

Dopo una frana.

Dopo una casa costruita e abitata per decenni che improvvisamente viene demolita.

Dopo una sentenza.

Dopo che qualcuno ha ormai pagato il prezzo più alto.

Ed è proprio in quel momento che lo Stato mostra tutta la forza della legge.

Ma uno Stato davvero forte non è quello che sa soltanto punire.

È quello che riesce a prevenire.

È quello che interviene prima che il cittadino perda fiducia nelle istituzioni.

È quello che ha il coraggio di interrogarsi anche sulle proprie omissioni, sui propri ritardi, sulle proprie responsabilità.

Perché quando sbaglia un cittadino, la giustizia interviene.

Ma quando a sbagliare — o a non vedere, o ad arrivare troppo tardi — sono le istituzioni, chi risponde?

Forse è arrivato il momento di aprire una riflessione seria anche su questo.

Non per indebolire lo Stato.

Ma per rafforzarlo.

Perché uno Stato autorevole non è quello che pretende responsabilità soltanto dai cittadini.

È quello che ha il coraggio di pretenderle anche da sé stesso.

Solo allora il diritto non sarà percepito come una semplice condanna, ma tornerà ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: la più alta forma di tutela del cittadino.

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