di Camillo Buono

C’è una domanda che, negli ultimi tempi, mi pongo sempre più spesso: chi sta educando i nostri ragazzi?

Ogni estate la cronaca ci racconta episodi che hanno per protagonisti giovanissimi. Incidenti stradali nelle ore notturne, abuso di alcol, atti di vandalismo, risse, comportamenti violenti o semplicemente irrispettosi verso gli altri. Ci indigniamo, discutiamo, cerchiamo un colpevole. Quasi sempre lo troviamo nella movida, nelle discoteche, nei locali, nei social network.

Ma siamo sicuri che il problema nasca lì?

Io credo di no.

Il vero problema nasce molto prima. Nasce dentro le famiglie e, più in generale, in una società che sembra essere diventata sempre più insofferente alle regole.

I ragazzi non nascono senza educazione. I ragazzi osservano. Assorbono ciò che vedono negli adulti, lo fanno proprio e spesso lo estremizzano. Se il rispetto delle regole viene considerato un fastidio dagli adulti, difficilmente un adolescente potrà comprenderne il valore.

Una comunità ha il dovere morale di educare i propri giovani. Deve farlo la scuola, devono farlo le istituzioni, ma soprattutto devono farlo le famiglie. Educare significa anche dire dei “no”, imporre limiti, pretendere rispetto, correggere gli errori e, quando necessario, accettare che esistano conseguenze per chi sbaglia.

In questi giorni si è molto discusso delle nuove norme che prevedono sanzioni più severe, fino alla possibilità del carcere per alcuni reati commessi da minori tra i 14 e i 18 anni.

Non considero questa una buona notizia.

Non perché ritenga sbagliata la norma giuridica in sé. Se un ragazzo commette un reato, è giusto che ne risponda secondo quanto previsto dalla legge.

La vera cattiva notizia è un’altra.

Se il legislatore sente il bisogno di introdurre strumenti così incisivi significa che la società, prima ancora della giustizia, ha fallito nel proprio compito educativo. Le leggi intervengono quando l’educazione non è più riuscita a prevenire determinati comportamenti.

E questo dovrebbe preoccuparci molto più della norma stessa.

La libertà è uno dei beni più preziosi che possediamo. Ma esiste una verità che sembra essere stata dimenticata: la mia libertà finisce nel momento in cui inizia quella degli altri.

Oggi, invece, assistiamo troppo spesso a una concezione diversa della libertà: fare ciò che si vuole, quando si vuole, senza responsabilità e senza conseguenze.

Il fenomeno dei cosiddetti maranza non è soltanto una moda o un’etichetta. È un fenomeno sociale che racconta il disagio di una parte della nostra gioventù e, soprattutto, la difficoltà degli adulti nel rappresentare un punto di riferimento.

Neppure la nostra isola può dirsi estranea a questa realtà. Durante l’estate è sempre più frequente vedere gruppi di ragazzini, talvolta anche molto giovani, in giro fino a notte fonda. Ragazzi che, per età, forse dovrebbero essere ancora a letto oppure prepararsi per una giornata di mare e che invece trascorrono la notte sulle biciclette elettriche, sugli scooter o semplicemente per strada, esponendosi a rischi enormi e, talvolta, creando problemi agli altri o finendo essi stessi per esserne vittime.

Ogni generazione ha avuto le proprie difficoltà.

Ma una delle grandi fragilità del nostro tempo è proprio questa crescente insofferenza verso le regole, verso il rispetto degli altri e perfino verso il rispetto di sé stessi.

E questa insofferenza, diciamolo con sincerità, spesso non nasce nei ragazzi.

Nasce negli adulti.

Perché un figlio non può imparare ciò che non vede.

Non possiamo pretendere che rispetti gli altri se ci sente insultare chiunque la pensi diversamente da noi. Non possiamo chiedergli di rispettare le istituzioni se siamo i primi a considerare le regole un ostacolo da aggirare. Non possiamo scandalizzarci se un sedicenne gira per strada fino all’alba quando nessun adulto si è chiesto dove fosse o con chi fosse.

Essere genitori non significa essere amici dei propri figli.

Significa assumersi una responsabilità che nessuna legge potrà mai sostituire.

Mia nonna ripeteva spesso un vecchio proverbio napoletano: “Mazz’ e panell fann’ ‘e figlie bell’, panell senza mazz fann’ ‘e figlie pazz’.”

Naturalmente oggi nessuno può interpretare quel detto come un invito alla violenza, che non educa mai. Ma il significato profondo resta attualissimo: crescere un figlio richiede equilibrio tra affetto e autorevolezza, tra dialogo e capacità di dire dei no. Un’educazione fatta solo di concessioni e mai di limiti rischia di lasciare i ragazzi senza quella bussola di cui avranno bisogno quando si troveranno, da soli, ad affrontare il mondo.

Perché il problema non è avere figli liberi.

Il problema è avere figli liberi… senza aver prima insegnato loro il valore della responsabilità.

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