di Camillo Buono

Quanto accaduto nei giorni scorsi a Fontana ci ha lasciato qualcosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere.

Non vogliamo tornare sulla cronaca della vicenda. L’abbiamo già raccontata e sarebbe inutile ripercorrerne ancora una volta tutti i passaggi. Questa volta vogliamo fare qualcosa di diverso.

Abbiamo avuto modo di parlare con chi questa brutta esperienza l’ha vissuta sulla propria pelle e, ascoltando il racconto, una domanda viene quasi spontanea: ma questi delinquenti come fanno a sapere tutte queste cose?

Come fanno a conoscere nomi, figli, nipoti, abitudini? Come riescono a costruire storie così credibili da mettere in difficoltà anche una persona normalmente attenta?

Probabilmente è proprio da qui che dobbiamo partire per imparare a difenderci.

La truffa potrebbe iniziare molto prima della telefonata

Siamo abituati a pensare che la truffa cominci quando arriva la famosa telefonata: “Vostro nipote ha avuto un incidente”, “suo figlio è nei guai”, “sono il maresciallo”, “serve urgentemente del denaro”.

Ma il lavoro di chi organizza questi raggiri può iniziare molto prima.

Pensiamo a quante telefonate riceviamo durante l’anno.

“Buongiorno, la contattiamo per un’offerta…”

“Con quale gestore è attualmente?”

“Quante persone siete in famiglia?”

“Il contratto è intestato a lei?”

Domande apparentemente innocue.

E magari, continuando a parlare, raccontiamo che il contratto potrebbe intestarlo nostro figlio. Diciamo come si chiama, dove abita, quando viene a trovarci. Senza rendercene conto possiamo regalare informazioni a qualcuno che non conosciamo affatto.

Non significa che dietro ogni call center ci sia un truffatore. Assolutamente no. Ma significa che al telefono dobbiamo imparare a essere molto più gelosi dei nostri dati personali.

Un’offerta conveniente non vale il rischio di raccontare la nostra vita a uno sconosciuto.

Poi qualcuno potrebbe studiare anche il territorio

C’è un’altra cosa sulla quale dovremmo riflettere, soprattutto nei nostri piccoli paesi.

Qui ci conosciamo quasi tutti.

Un volto nuovo si nota. Una persona che rimane per molto tempo in una piazza, vicino a determinate abitazioni o lungo una strada senza un motivo apparente si nota.

Questo non significa trasformarci tutti in investigatori e neppure guardare con sospetto chiunque non conosciamo. Ma un po’ della vecchia attenzione che esisteva nei nostri paesi forse non farebbe male.

Perché conoscere un territorio significa anche capire chi vive in una casa, chi vive solo, quali sono le abitudini di una famiglia.

E sono informazioni che, nelle mani sbagliate, possono diventare pericolose.

Poi arriva quella telefonata

Ed è lì che scatta la paura.

“Suo figlio ha avuto un incidente.”

“Suo nipote è stato fermato.”

“Servono dei soldi.”

“Tra poco passerà una persona a ritirarli.”

Il punto di forza di queste truffe non è la storia che raccontano. Quelle storie ormai le conosciamo quasi tutti.

Il loro vero punto di forza è la paura.

Quando senti dire che tuo figlio o tuo nipote è nei guai, per qualche secondo smetti di ragionare con lucidità. Vuoi soltanto aiutarlo.

Ed è proprio su quei pochi minuti di confusione che il truffatore costruisce tutto.

A volte, durante il raggiro, possono arrivare altre telefonate, creando ancora più agitazione e rendendo difficile verificare quello che sta realmente accadendo.

E oggi c’è anche un problema nuovo: la tecnologia consente di imitare una voce con strumenti di intelligenza artificiale. Non dobbiamo pensare che ogni truffa utilizzi sistemi così sofisticati, ma dobbiamo sapere che sentire una voce simile a quella di nostro figlio o di nostro nipote non può più essere considerato una prova sufficiente.

Facciamo una cosa semplicissima: riattacchiamo

Quando qualcuno ci telefona dicendo che un nostro familiare è nei guai e servono soldi, non dobbiamo discutere.

Non dobbiamo spiegare.

Non dobbiamo farci convincere.

Dobbiamo semplicemente riattaccare.

Poi prendiamo il nostro telefono e chiamiamo direttamente nostro figlio, nostro nipote o la persona interessata.

Se non risponde, chiamiamo un altro familiare.

E se continuiamo ad avere dubbi, chiamiamo direttamente le Forze dell’Ordine attraverso i numeri ufficiali.

Quei cinque minuti possono fare tutta la differenza del mondo.

Ma soprattutto parliamone con i nostri anziani

Forse questa è la cosa più importante che possiamo fare.

Stasera, domani, quando andiamo a trovare mamma, papà, i nonni o quella persona anziana che sappiamo vivere da sola, perdiamo cinque minuti.

Spieghiamoglielo ancora una volta.

Anche se ci risponderanno: “Lo so, me l’hai già detto”.

Diciamoglielo di nuovo.

Nessun Carabiniere, nessun Maresciallo, nessun Avvocato verrà a casa a prendere soldi, oro o gioielli per liberare vostro figlio o vostro nipote da qualche problema.

E diciamo loro anche un’altra cosa: non devono vergognarsi di chiamarci.

A qualsiasi ora.

Anche soltanto per un dubbio.

Meglio cento telefonate inutili che una telefonata non fatta.

Perché la cosa più triste di queste vicende non sono soltanto i soldi o i gioielli portati via.

È vedere una persona anziana sentirsi in colpa perché è stata ingannata.

Non dovrebbe mai accadere.

La vergogna deve essere soltanto di chi approfitta dell’amore di un genitore o di un nonno per rubargli ciò che magari ha messo da parte durante una vita intera.

Quanto accaduto a Fontana, fortunatamente, ha avuto una risposta immediata grazie alla denuncia e all’intervento delle Forze dell’Ordine.

Facciamo in modo che questa storia lasci almeno qualcosa di positivo.

Parliamone.

Perché contro questi delinquenti la prima difesa non è avere paura.

È sapere come lavorano.

E soprattutto fare in modo che anche i nostri anziani lo sappiano.

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