di Camillo Buono

C’è un tribunale che non chiude mai. Non conosce ferie, non rispetta orari e, soprattutto, non ha bisogno di prove. Non ci sono giudici togati, avvocati o testimoni. Basta uno smartphone, una connessione internet e una tastiera.

È il tribunale dei social.

Un luogo virtuale nel quale, sempre più spesso, ognuno diventa giudice e, allo stesso tempo, chiunque può ritrovarsi improvvisamente sul banco degli imputati.

Basta una fotografia, una frase, un articolo, un video o semplicemente il racconto di un fatto. Qualche minuto e parte il processo. C’è chi accusa, chi assolve, chi condanna. E quasi sempre tutto avviene senza conoscere realmente ciò di cui si sta parlando.

Ed è proprio questo l’aspetto sul quale vorrei soffermarmi davanti al nostro caffè della domenica.

Perché, sia chiaro, la libertà di pensiero non c’entra nulla.

La libertà di esprimere le proprie idee è una delle conquiste più importanti della nostra società e deve essere difesa sempre, anche quando il pensiero espresso è completamente diverso dal nostro. Qui parliamo di un’altra cosa.

Parliamo della necessità, quasi compulsiva, di dover giudicare qualsiasi cosa.

Sui social sembra essere diventato impossibile raccontare semplicemente un fatto. Bisogna necessariamente stabilire chi ha ragione e chi ha torto, chi è il buono e chi il cattivo, chi deve chiedere scusa e chi merita la pubblica condanna.

E spesso lo facciamo conoscendo appena una piccolissima parte della storia.

La cosa paradossale è che, molte volte, le discussioni più accese nascono dalle questioni più frivole. Situazioni che nella vita reale probabilmente si risolverebbero con una battuta, una spiegazione o, ancora meglio, lasciandole semplicemente perdere, sui social riescono a trasformarsi in interminabili diatribe.

Una parola viene interpretata. Una fotografia viene analizzata. Una frase viene estrapolata dal contesto. Qualcuno commenta, qualcun altro risponde e dopo poco non si discute più nemmeno del fatto iniziale. Si discute delle persone.

Ed ecco comparire il benpensante di turno.

Quello che sa già tutto. Quello che conosce intenzioni, motivazioni e responsabilità anche senza conoscere i protagonisti della vicenda. Quello che non ha bisogno di chiedere: ha già deciso.

E qualche volta viene spontaneo chiedersi se dietro determinati interventi ci sia davvero la volontà di esprimere un’opinione oppure semplicemente il piacere di accendere una polemica.

Perché avere un’opinione non significa necessariamente dover emettere una sentenza.

Possiamo non essere d’accordo. Possiamo criticare. Possiamo discutere anche animatamente. Ma dovrebbe esistere ancora una distanza enorme tra il confronto e il processo pubblico.

Soprattutto quando non conosciamo i fatti.

C’è poi un altro aspetto che, personalmente, ritengo ancora più preoccupante.

Di questo passo rischiamo di ottenere esattamente il contrario di ciò che i social avrebbero dovuto rappresentare: invece di aumentare la possibilità di esprimersi, rischiano di ridurla.

Perché prima o poi qualcuno potrebbe decidere di non raccontare più un fatto, di non pubblicare più una fotografia o di non esprimere più un pensiero non perché abbia qualcosa da nascondere, ma semplicemente perché non ha voglia di affrontare l’ennesimo processo virtuale.

E questo sì che sarebbe un problema.

Se prima di scrivere qualcosa dobbiamo chiederci non soltanto se ciò che stiamo dicendo sia corretto, rispettoso e vero, ma anche quale interpretazione potrebbe darne il primo polemista di turno, allora qualcosa nel nostro modo di comunicare si sta rompendo.

Naturalmente chi pubblica qualcosa deve accettare il confronto. Fa parte del gioco. Se esprimo pubblicamente un’opinione devo sapere che qualcuno potrà contestarla. Se racconto un fatto qualcuno potrà leggerlo diversamente.

Ma contestare non significa aggredire.

Criticare non significa condannare.

E soprattutto commentare non significa conoscere.

Forse abbiamo dimenticato proprio questo.

Dietro uno schermo abbiamo tutti la sensazione di possedere abbastanza informazioni per giudicare qualsiasi cosa. Eppure, nella vita reale, prima di esprimere un giudizio su una persona o su una situazione, probabilmente cercheremmo di capire cosa sia realmente accaduto.

Sui social quel passaggio sembra essere diventato superfluo.

Prima arriva la sentenza. Poi, eventualmente, i fatti.

E allora davanti al nostro caffè di questa domenica vorrei lasciare una domanda molto semplice.

Dobbiamo davvero avere un’opinione pubblica su tutto?

Forse qualche volta potremmo limitarci a leggere. Informarci. Chiedere. Provare a capire.

E magari, quando non conosciamo abbastanza una storia, concederci persino il lusso di non giudicare.

Non sarebbe una limitazione della nostra libertà di pensiero.

Sarebbe semplicemente buon senso.

Buona domenica e buon caffè a tutti.

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