di Camillo Buono
C’è una strana puntualità che accompagna le nostre estati isolane.
Arriva giugno, aumentano le presenze, le strade si riempiono, i porti cominciano ad arrancare, i mezzi pubblici diventano insufficienti, le spiagge si restringono, aumentano rifiuti, traffico, tensioni e problemi di ordine pubblico. E improvvisamente scopriamo che Ischia ha dei problemi.
Ne discutiamo per tutta l’estate. Ci indigniamo. Facciamo dirette, post, comunicati, interrogazioni, fotografie e denunce. Poi arriva settembre, passa ottobre, arriva l’inverno e lentamente tutto sembra dissolversi.
Fino all’estate successiva.
Ed eccoci nuovamente qui, nello stesso punto, a parlare delle stesse cose.
Forse, allora, il vero problema di Ischia non sono nemmeno i trasporti, i rifiuti, le risse, gli incendi, il mare, le spiagge o il traffico.
Il vero problema è che continuiamo ad affrontare problemi strutturali come se fossero emergenze stagionali.
Manca programmazione. Manca una visione del domani. E qualche volta manca, almeno questa è la sensazione, una capacità di organizzazione complessiva capace di guardare l’isola a 360 gradi.
Eppure Ischia tiene.
Tiene quasi sempre.
Ha un nome conosciuto nel mondo, un patrimonio naturale straordinario, terme, mare, paesaggi, storia, cultura e una capacità di attrazione che continua a portarci centinaia di migliaia di persone.
Ma possiamo davvero accontentarci del fatto che Ischia, in qualche modo, tenga?
Prendiamo i trasporti.
Quelli pubblici spesso arrancano sotto il peso delle presenze estive. Quelli marittimi devono sostenere numeri enormi di passeggeri, merci e necessità logistiche di un territorio che, non dimentichiamolo mai, resta un’isola.
Poi basta un evento straordinario, come il recente sisma nell’area di Pozzuoli, per modificare equilibri già fragili. La movimentazione dei delle merci e dei rifiuti ne è un esempio: è stata necessaria una rimodulazione emergenziale e, nonostante sia trascorso ormai quasi un mese, ancora fatichiamo a trovare non dico una soluzione definitiva, ma almeno qualcosa che non assomigli all’ennesima toppa a colori.
Siamo stati bravi a tamponare l’emergenza legata alla mancanza del mezzo dedicato al trasporto dei rifiuti.
Ma essere bravi nelle emergenze non significa essere altrettanto bravi nel risolvere i problemi.
Pensiamo ai RAEE, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Da mesi hanno enormi difficoltà a lasciare l’isola e i depositi sono ormai pieni all’inverosimile.
Per l’ordinario, invece, si arriva ad imbarcare automezzi carichi di rifiuti sulle stesse navi passeggeri.
Una soluzione probabilmente necessaria nelle condizioni attuali.
Ma possiamo considerarla normale per una delle principali isole turistiche italiane?
Io credo di no.
Poi c’è l’ordine pubblico.
Ogni estate leggiamo titoli su risse, aggressioni, accoltellamenti e disordini. E immediatamente parte la richiesta di maggiori controlli.
Richiesta legittima.
Il potenziamento estivo delle Forze dell’Ordine c’è e si vede. Ma dobbiamo anche essere seri: Ischia non potrà mai avere una capacità di Polizia paragonabile a quella di una grande città e certamente non possiamo pensare di assegnare un agente ad ogni famiglia che sbarca sull’isola.
Quando moltiplichiamo enormemente il numero delle persone presenti sul territorio, matematicamente aumentano anche le possibilità che qualcosa sfugga alla rete dei controlli.
E allora forse dovremmo cominciare a porci una domanda diversa.
Quante persone può realmente sostenere Ischia, mantenendo contemporaneamente servizi efficienti, sicurezza, vivibilità e qualità dell’accoglienza?
Perché i numeri sono importanti.
Ma i numeri devono essere gestiti, non semplicemente ammassati.
Lo vediamo nei porti.
Abbiamo infrastrutture che in alcuni casi sembrano appartenere ad un’altra epoca. Passeggeri accalcati sotto il sole, spazi insufficienti, flussi che si incrociano e persone che cercano di conquistare il posto migliore prima dell’imbarco.
Eppure il porto è il primo biglietto da visita dell’isola.
È il luogo nel quale il turista incontra Ischia e quello nel quale la saluta.
Possibile che nel 2026 non riusciamo ancora a immaginare strutture e organizzazioni adeguate ai numeri che pretendiamo di movimentare?
Poi ci sono il mare e le spiagge.
Qui potrei cavarmela con una battuta e dire: per fortuna ci pensa l’onorevole Borrelli.
Dirette, denunce, video e polemiche possono certamente accendere i riflettori su un problema. E qualche volta è anche necessario che qualcuno lo faccia.
Ma una diretta Facebook non ricostruisce una spiaggia.
Una denuncia non ferma l’erosione costiera.
E soprattutto non impedisce che, con buona pace di tutti, il prossimo giugno ci ritroveremo probabilmente a discutere esattamente delle stesse cose.
Le nostre spiagge in alcuni punti sono ormai ridotte all’osso e continuiamo a non avere una vera programmazione complessiva di difesa della costa.
E quando finalmente si prova ad immaginare un intervento, comincia un percorso nel quale troppo spesso sembra necessario chiedere il permesso non ad un’amministrazione dello Stato, ma ad una sorta di entità divina chiamata “Soprintendenza”.
Ogni progetto rischia di diventare una battaglia.
Ogni modifica una minaccia.
Ogni tentativo di adeguare l’isola alle esigenze contemporanee sembra dover fare i conti con un concetto di tutela che, qualche volta, dà quasi l’impressione di considerare incompatibile con il paesaggio perfino il nostro respiro.
Attenzione: tutelare Ischia è fondamentale.
Il paesaggio è probabilmente il nostro patrimonio più importante.
Ma tutelare non può significare imbalsamare.
Un territorio vivo deve essere protetto, certo, ma deve anche poter evolvere, adattarsi, difendersi e migliorare.
A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi: ma davvero non si salva niente?
Certo che sì.
Anzi, proprio questa estate ci sono almeno due segnali che personalmente considero interessanti.
Il primo arriva da Lacco Ameno e dall’arrivo delle navi da crociera di lusso.
Al di là dei giudizi che ciascuno può avere sul modello crocieristico, quel progetto dimostra una cosa: Ischia può provare ad intercettare segmenti turistici diversi, con maggiore capacità di spesa e con una domanda di servizi di qualità.
Il secondo cambiamento, molto più silenzioso ma probabilmente ancora più importante, è arrivato dai B&B e dalle strutture extralberghiere.
Hanno modificato profondamente il mercato dei fitti estivi e, soprattutto, hanno aperto Ischia ad una quantità enorme di giovani provenienti dall’Italia, dall’Europa e dal resto del mondo.
Ragazzi che probabilmente non avrebbero scelto la nostra isola con il vecchio modello turistico.
Sono due fenomeni completamente differenti, ma ci dicono la stessa cosa:
Ischia può cambiare.
E forse deve farlo.
Ma al cambiamento del turismo deve necessariamente corrispondere un cambiamento della mentalità pubblica e imprenditoriale.
Non possiamo continuare a pensare che l’unico parametro del successo di una stagione sia quante persone siamo riusciti a far sbarcare sull’isola tra luglio e agosto.
Perché il troppo, alla fine, storpia.
Forse la sfida dei prossimi anni dovrebbe essere esattamente opposta:
abbassare i picchi e allungare l’estate.
Meno persone concentrate in quaranta giorni e più turismo distribuito durante l’anno.
Meno quantità e più qualità.
Meno emergenze e più programmazione.
Meno discussioni ad agosto e più progetti a gennaio.
Perché il turista che sceglie Ischia non dovrebbe essere semplicemente contento di essere riuscito ad arrivare.
Dovrebbe trovare trasporti efficienti, porti dignitosi, spiagge curate, servizi funzionanti, sicurezza, pulizia e un territorio capace di accoglierlo.
E anche noi isolani avremmo il diritto di vivere in un luogo che funzioni dodici mesi all’anno e non soltanto quando bisogna prepararsi alla prossima invasione estiva.
Tra qualche settimana l’estate finirà.
Le risse diminuiranno. I porti si svuoteranno. Gli autobus torneranno respirabili. Il traffico diminuirà. Le spiagge torneranno silenziose.
E probabilmente smetteremo di parlare di tutto questo.
È proprio lì che capiremo se abbiamo imparato qualcosa.
Perché i problemi dell’estate si risolvono d’inverno.
Altrimenti, tra dieci mesi, saremo ancora qui.
Davanti allo stesso caffè.
A parlare degli stessi problemi.







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