di Camillo Buono

Settembre è arrivato. E con lui, lentamente, Ischia comincia a cambiare faccia.

Non siamo ancora alla fine della stagione turistica, fortunatamente. Ci sono ancora settimane importanti davanti a noi, appuntamenti, eventi, alberghi aperti e un turismo che, soprattutto negli ultimi anni, sembra aver imparato ad apprezzare sempre di più anche quella parte dell’estate che non coincide necessariamente con luglio e agosto.

Eppure qualcosa sta già cambiando.

Lo avvertiamo nelle strade, nei porti, sulle spiagge. Quella pressione quasi incessante che ha caratterizzato gli ultimi due mesi comincia lentamente ad allentarsi.

È allora forse questo il momento giusto per sederci al nostro Caffè della Domenica e provare a guardare ciò che è stato. Ma soprattutto ciò che ancora deve venire.

Perché Ischia ha vissuto ancora una volta un’estate dai numeri enormi.

Lo abbiamo visto tutti. Lo hanno visto gli operatori economici, lo hanno vissuto i residenti e lo certificano anche i dati dei movimenti passeggeri.

Ma proprio sui numeri abbiamo provato a fare qualcosa di diverso.

Non ci siamo fermati alla fotografia di luglio e agosto.

Abbiamo provato ad allargare l’obiettivo.

E quello che viene fuori è probabilmente ancora più interessante.

Il boom c’è stato. Ma è concentrato

Prendiamo il porto di Ischia.

Tra aprile e agosto 2026 sono stati registrati 902.672 arrivi, contro gli 887.424 dello stesso periodo del 2025. La crescita è dell’1,7%.

Se consideriamo insieme arrivi e partenze, si passa da 1.730.261 movimenti del 2025 a 1.761.323 del 2026: +1,8%.

Numeri importanti, certamente.

Ma non raccontano un’esplosione della stagione rispetto allo scorso anno.

Raccontano qualcos’altro.

Raccontano una concentrazione.

Perché mentre nei primi due mesi dell’anno la mobilità del porto di Ischia era addirittura inferiore di circa il 7% rispetto al 2025, da maggio la curva cambia completamente direzione.

A maggio gli arrivi crescono del 10%, a giugno del 2,2%, a luglio dell’1,6% e ad agosto del 5,5%.

Ma c’è un numero che, più degli altri, racconta cosa significhi realmente l’estate per Ischia.

Se assumiamo gennaio e febbraio come riferimento della mobilità ordinaria dell’isola, a luglio gli arrivi al porto di Ischia sono stati superiori del 264% rispetto a quella base. Ad agosto del 243%.

E forse il problema è tutto qui.

Non troppi ma tutti insieme.

Abbiamo provato anche ad allargare l’analisi agli altri principali scali dell’isola.

I dati disponibili per giugno, luglio e agosto relativi a Ischia, Casamicciola e Forio ci restituiscono una fotografia ancora più impressionante.

A giugno sono arrivati attraverso i tre porti oltre 264 mila passeggeri.

A luglio più di 305 mila.

Ad agosto quasi 294 mila.

Considerando anche le partenze, parliamo di circa 530 mila movimenti a giugno e di circa 590 mila sia a luglio che ad agosto.

In tre mesi fanno oltre 1,7 milioni di movimenti passeggeri attraverso i tre scali.

Attenzione, naturalmente: movimenti non significa persone diverse, né tantomeno turisti. Uno stesso individuo che arriva e successivamente riparte genera due movimenti e i dati non consentono di distinguere residenti, pendolari, lavoratori e visitatori. È una distinzione metodologica fondamentale.

Ma la pressione esercitata sull’isola rimane.

Perché quelle persone, turisti o residenti che siano, utilizzano strade, porti, autobus, parcheggi, servizi, acqua, energia e producono inevitabilmente rifiuti.

Ed è qui che il discorso smette di essere statistico e diventa politico.

Il prezzo del successo

Non possiamo lamentarci se Ischia piace.

Sarebbe paradossale.

Il turismo produce ricchezza, occupazione, lavoro, impresa. Fa vivere alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari, bar, negozi, taxi, noleggi, trasporti e un’infinità di attività direttamente o indirettamente collegate alla stagione.

Dietro quelle centinaia di migliaia di arrivi ci sono stipendi, famiglie, investimenti.

C’è economia.

E sarebbe ipocrita dimenticarlo.

Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia.

Traffico.

Parcheggi impossibili.

Trasporto pubblico sotto pressione.

Porti congestionati.

Rifiuti.

Consumi idrici ed energetici.

Spiagge sovraffollate.

Servizi che devono improvvisamente soddisfare una popolazione enormemente superiore a quella per la quale l’isola vive e funziona durante il resto dell’anno.

E soprattutto c’è un’isola che, per alcune settimane, sembra accettare praticamente tutto in nome di un unico dio.

Il Dio denaro.

Purché gli alberghi siano pieni.

Purché i ristoranti lavorino.

Purché gli incassi aumentino.

E allora traffico, caos, disagi e perdita della qualità della vita diventano quasi il prezzo inevitabile da pagare.

Ma siamo sicuri che debba essere necessariamente così?

Da anni diciamo la stessa cosa

Chi ci segue sa che da queste pagine lo ripetiamo quasi ossessivamente.

Ischia non ha bisogno semplicemente di più turismo. Ha bisogno di un turismo migliore.

E soprattutto ha bisogno di distribuire meglio quello che già possiede.

Trecentomila arrivi concentrati in un mese non hanno lo stesso valore di trecentomila arrivi distribuiti nell’arco di tre o quattro mesi.

Economicamente possono sembrare la stessa cosa.

Per il territorio non lo sono affatto.

La vera sfida non dovrebbe essere riempire ancora di più agosto.

Dovrebbe essere rendere appetibili aprile, maggio, settembre, ottobre.

Forse persino novembre.

Significherebbe dare più continuità alle imprese e ai lavoratori e, contemporaneamente, ridurre la pressione sull’isola nei periodi di punta.

Significherebbe passare dalla logica del “quanti ne sono arrivati?” a quella del “come sono arrivati, quanto sono rimasti e quale valore hanno prodotto?”

Perché anche questo dovremmo iniziare a chiederci.

Due turisti che restano sette giorni probabilmente valgono, per il territorio, molto più di dieci visitatori che arrivano la mattina e ripartono poche ore dopo.

Eppure nelle statistiche degli sbarchi quei dieci fanno più rumore.

E adesso viene la parte più importante

Settembre è iniziato.

Ed è proprio adesso che capiremo qualcosa in più.

Perché una grande destinazione turistica non si misura soltanto dalla capacità di riempirsi quando tutti vogliono andare in vacanza.

Si misura dalla capacità di essere scelta anche quando agosto è finito.

Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane.

Vedremo quanto durerà realmente questa stagione.

Vedremo se Ischia riuscirà finalmente ad allungare quella curva oppure se, passata l’onda di luglio e agosto, torneremo rapidamente verso i numeri ordinari.

Perché forse il vero dato che dovremo celebrare un giorno non sarà un nuovo record ad agosto.

Sarà poter raccontare che settembre ha tenuto, che ottobre è cresciuto, che le attività hanno potuto lavorare più a lungo e che i lavoratori stagionali hanno guadagnato qualche settimana o qualche mese in più di occupazione.

Quello sarebbe un record diverso.

Forse meno spettacolare.

Ma sicuramente più importante.

Noi possiamo soltanto osservare

Naturalmente a noi non spetta decidere.

Possiamo raccogliere i numeri, analizzarli, raccontarli e provare a porre qualche riflessione.

Le decisioni spettano ad altri.

A chi amministra i nostri sei Comuni, alla Regione, agli operatori economici e a tutti coloro che, ciascuno per la propria parte, hanno nelle mani un pezzetto del futuro di questa isola.

Noi continueremo semplicemente a ripeterlo.

Il successo turistico di Ischia non potrà essere misurato per sempre contando quante persone riusciamo a stipare sull’isola nei trenta giorni di agosto.

La vera sfida sarà riuscire a guadagnare di più, lavorare più a lungo, offrire servizi migliori e contemporaneamente rendere Ischia più vivibile.

Per chi viene.

Ma anche per chi qui ci vive dodici mesi all’anno.

Intanto agosto è passato.

Il grande fiume di persone lentamente comincia a ritirarsi.

E Ischia torna a respirare.

Adesso osserviamo settembre.

Poi ottobre.

Perché forse il dato più importante dell’estate 2026 non è ancora stato scritto.

E per una volta sarebbe bello scoprire che il vero boom non è stato quello che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle.

Ma quello che deve ancora venire.

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