Il racconto di Gerardina Di Massa si tinge di mistero. Geppino conduce il piccolo Enzo lungo un sentiero proibito, verso un luogo nascosto alle pendici dell’Epomeo. Tra simboli incisi nella pietra, un vecchio forziere e un segreto custodito per cinquant’anni, il passato della famiglia torna lentamente a bussare alla porta del presente.
di Gerardina Di Massa
Enzo e il nonno uscirono di casa molto presto. S’incamminarono lungo un sentiero fitto di vegetazione, dove il sole faceva quasi fatica a farsi spazio tra gli alberi, legati l’uno all’altro come in un sinuoso abbraccio.
Camminando, camminando, il Monte Epomeo sembrava sempre più vicino; diventava sempre più grande e maestoso, quasi da far mancare il fiato.
Enzo, curioso e con le guance rosse per il freddo, cercava di capire dove il nonno lo stesse portando, ma il signor Geppino non proferiva parola. Era silenzioso più che mai. Camminava guardando dritto davanti a sé e, ogni tanto, porgeva la sua grossa mano a Enzo per aiutarlo a salire, a oltrepassare qualche ostacolo: un albero caduto, un cumulo di pietre o semplicemente un tratto di strada dissestato che rischiava di farlo cadere.
Dopo circa un’ora di cammino, Enzo e il nonno arrivarono davanti a una parete di roccia vulcanica coperta di muschio. C’era una piccola fenditura nella pietra, quasi invisibile a chi non sapesse dove guardare.
Geppino si fermò, prese una chiave di ferro battuto nascosta sotto una pietra e aprì un pesante portone di legno, perfettamente mimetizzato con la vegetazione.
Geppino si voltò appena, illuminando con la lanterna un vecchio forziere di legno chiuso da un grosso lucchetto e, poggiato accanto, un taccuino impolverato dalla copertina di cuoio.
«Vedi questo, Enzo? Cinquant’anni fa, la notte in cui la terra tremò e tutti fuggirono via spaventati, tuo bisnonno nascose qui dentro qualcosa che nessuno avrebbe mai più dovuto trovare. Lo faccio vedere solo a te, così che un giorno, quando io non ci sarò più, tu guiderai tua mamma e la porterai qui».
«Ma nonno, cosa nascose il tuo bisnonno? Non mi dici niente?» chiese Enzo stupito.
«No, Enzo. Ti ho portato qui solo per farti scoprire questo luogo. Non è un posto qualsiasi, è importante. Ti ricordi come ci siamo arrivati?»
«Sì, nonno. Ricordo il sentiero: è quello che tu mi dici di non fare mai. E poi, mentre camminavamo, ho visto delle pietre con dei simboli sopra».
«Bravo, speravo che le notassi. Quelle pietre ti guidano. Ricordale bene. Quando torni a casa fai un disegno con tutti i simboli e nascondilo da qualche parte. Ma per ora non parlarne con nessuno. Solo quando io non ci sarò più potrai dirlo alla tua mamma».
«Ma nonno, perché non porti mamma qui? Perché non lo fai tu?»
Il signor Geppino lanciò uno sguardo severo a Enzo e gli intimò di non fare più domande. Aveva deciso così e nulla poteva fargli cambiare idea.
Quel piccolo bambino avrebbe dovuto mantenere il segreto: qualcosa di importantissimo che, probabilmente, riguardava la sua famiglia.
Ma perché il nonno aveva scelto di affidarlo proprio al nipotino? In fondo era solo un bambino, un piccolo uomo che avrebbe dovuto pensare soltanto a correre e giocare.
Perché caricarlo di un fardello così pesante?
Geppino era una persona estremamente complicata. Comprendere le motivazioni alla base delle sue azioni era difficile, se non impossibile. Tutti lo conoscevano: qualcuno lo evitava, altri invece si fermavano a scambiare qualche parola con lui, quando non aveva la “luna storta”, come si suol dire.
Era legatissimo a Enzo. Era la persona che più di tutte, dopo sua figlia – con la quale, però, non parlava – gli ricordava la sua amata moglie.
Enzo era vivace, curioso, intuitivo e molto attento. Ma soprattutto sapeva accettare i momenti di silenzio del nonno: non oltrepassava mai quel confine che l’uomo aveva innalzato tra sé e il mondo.







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