di Camillo Buono

Ennesimo incidente questa notte. Ennesima tragedia.

A perdere la vita un ragazzo di appena 39 anni, in sella alla sua moto lungo la strada provinciale per Panza. Dalle prime informazioni, l’impatto sarebbe avvenuto tra la motocicletta e una bicicletta elettrica, per cause che dovranno essere accertate.

Non spetta a noi ricostruire quanto accaduto. Non vogliamo farlo e, soprattutto, non possiamo farlo.

Ci saranno le autorità competenti, gli accertamenti e il tempo necessario per comprendere la dinamica di questa tragedia.

Oggi resta una certezza terribile: una vita spezzata e il dolore che entra nelle case e cambia per sempre l’esistenza di intere famiglie.

Ed è proprio da qui che nasce la riflessione di questo Caffè della Domenica.

Non dall’incidente in sé, sul quale sarebbe irresponsabile formulare giudizi, ma da ciò che ogni giorno incontriamo percorrendo le nostre strade. Da quella mancanza di prudenza, di educazione e, troppo spesso, di civiltà che non riguarda soltanto Ischia e che ciascuno di noi, almeno una volta, ha potuto osservare.

Le strade sono state costruite per unire luoghi e persone. Per far incontrare vite. E invece troppo spesso diventano luoghi che quelle vite se le portano via.

Abbiamo allora ancora una volta la necessità morale e sociale di dirci una cosa molto semplice: sulle nostre strade serve più civiltà.

Serve educazione. Serve rispetto delle regole. Serve rispetto per chi ci sta accanto. Ma soprattutto serve recuperare la consapevolezza della responsabilità enorme che assumiamo ogni volta che ci mettiamo alla guida di un’automobile, di una moto, di uno scooter e, oggi sempre di più, anche di una bicicletta elettrica.

Perché quando siamo sulla strada non siamo mai soli.

E questa educazione deve partire dalle famiglie, continuare nella scuola ed essere sostenuta dalle istituzioni.

Non possiamo pensare che la sicurezza stradale sia soltanto una questione di controlli e sanzioni.

Possiamo installare tutti gli autovelox che vogliamo. Possiamo aumentare i controlli. Possiamo elevare tutte le contravvenzioni possibili. Sono strumenti necessari, certamente. Ma nessuna telecamera e nessuna multa potranno mai sostituire ciò che dovrebbe esserci prima di tutto: il senso di responsabilità di chi guida.

E nessuno di noi può sentirsi escluso da questa riflessione.

Quante volte abbiamo abbassato gli occhi per guardare quel messaggio arrivato sul telefono?

Quante volte abbiamo controllato l’orologio perché eravamo in ritardo?

Quante volte abbiamo premuto un po’ di più sull’acceleratore pensando di recuperare qualche minuto?

Quante volte abbiamo pensato: «Tanto sono solo pochi secondi»?

Eppure può bastare proprio un secondo.

Un istante di distrazione. Una scelta sbagliata. Una leggerezza.

E da quell’istante, a volte, non si torna più indietro.

Perché un incidente grave non coinvolge soltanto chi perde la vita. Dietro quella persona ci sono genitori, figli, mogli, mariti, fratelli, sorelle, amici. E ci sono spesso altre persone coinvolte che porteranno per sempre dentro di sé ciò che è accaduto.

Una tragedia sulla strada può distruggere contemporaneamente più famiglie.

Ed è forse questo che dovremmo ricordare ogni volta che giriamo una chiave, accendiamo un motore e partiamo.

Non stiamo semplicemente andando da un punto all’altro dell’isola. Stiamo assumendo una responsabilità verso noi stessi e verso ogni persona che incontreremo lungo quel tragitto.

Oggi Ischia piange ancora.

Piange un suo figlio. Piange una vita che si è fermata troppo presto. E noi siamo ancora una volta qui a parlare di una tragedia consumatasi sull’asfalto.

Forse allora il modo migliore per rispettare questo dolore è evitare parole inutili, processi sommari e sentenze pronunciate senza conoscere i fatti.

E provare invece a far nascere da una tragedia almeno una domanda rivolta a ciascuno di noi:

quanto siamo davvero responsabili quando siamo sulla strada?

Educhiamo i nostri figli alla prudenza. Educhiamoli al rispetto delle regole. Ma soprattutto cominciamo noi adulti a dare l’esempio.

Facciamolo in automobile. Facciamolo in moto. Facciamolo sugli scooter. E facciamolo anche sulle biciclette elettriche, che sono ormai una presenza importante sulle nostre strade e che, proprio per questo, richiedono la stessa cultura della prudenza e del rispetto reciproco.

Perché la sicurezza non può iniziare dopo un incidente.

Deve cominciare molto prima. Deve cominciare da noi.

E forse il giorno in cui comprenderemo davvero che sulla strada la prudenza non è paura, ma rispetto per la vita, avremo finalmente fatto un passo avanti.

Per noi stessi.

Per chi viaggia accanto a noi.

E per chi, a casa, aspetta semplicemente di vederci tornare.

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