di Camillo Buono

Ci sono luoghi della nostra isola dove ci si ferma semplicemente a guardare.

Un costone affacciato sul mare, il sole che lentamente scompare all’orizzonte, il cielo che cambia colore. Uno di quei posti dai quali Ischia riesce ancora a ricordarci quanto siamo fortunati a vivere in una delle terre più belle del mondo.

E poi accade che proprio da uno di quei costoni dei ragazzi precipitino verso il mare a bordo di un’auto rubata.

Ed è difficile non fermarsi a pensare.

Perché forse il problema non è soltanto quella macchina. Non è soltanto quella notte. E non sono soltanto quei ragazzi.

Il problema è ciò che episodi come questo possono raccontarci di una realtà che troppo spesso preferiamo non guardare.

C’è un disagio giovanile anche sulla nostra isola.

Dirlo non significa criminalizzare una generazione e nemmeno dipingere Ischia come un luogo allo sbando. Significa, al contrario, volerle abbastanza bene da avere il coraggio di guardare anche ciò che non funziona.

Periodicamente le cronache raccontano di sequestri di sostanze stupefacenti, talvolta anche in quantitativi rilevanti. Naturalmente spetta alle forze dell’ordine e alla magistratura stabilire responsabilità e destinazioni di ciò che viene sequestrato. Ma sarebbe ingenuo pensare che il fenomeno della droga possa essere qualcosa di completamente estraneo al nostro tessuto sociale.

La droga esiste perché esiste un mercato. E un mercato esiste perché qualcuno compra e qualcuno consuma.

Anche a Ischia.

La stessa Ischia che durante l’estate vuole presentarsi al mondo come meta turistica internazionale, terra del benessere, delle terme, del mare, dei tramonti e della bella vita, durante l’inverno torna inevitabilmente a fare i conti con la propria dimensione più autentica: quella di una comunità nella quale vivono famiglie, adolescenti, ragazzi e giovani adulti con gli stessi problemi, le stesse fragilità e probabilmente le stesse contraddizioni che troviamo sulla terraferma, nelle periferie e nelle grandi città.

Il mare non ci rende immuni.

E forse per troppo tempo abbiamo pensato che vivere su un’isola potesse proteggerci da certe dinamiche.

Non è così.

Lo dico anche da padre.

Crescere dei figli oggi è probabilmente una delle responsabilità più difficili che ci siano. Non esistono manuali capaci di dirci esattamente cosa fare. Possiamo educare, parlare, spiegare, imporre dei limiti, provare a essere presenti. E possiamo comunque sbagliare.

È proprio questo che preoccupa.

Perché talvolta basta non accorgersi di un segnale. Basta una porta chiusa un po’ più del solito, una compagnia che cambia, un comportamento che improvvisamente diventa diverso, un silenzio che interpretiamo come normale adolescenza.

E magari dietro quel silenzio c’è altro.

I nostri ragazzi stanno crescendo dentro una società velocissima. Una società che pretende tutto e subito, che misura spesso il successo attraverso ciò che possiedi, ciò che mostri e attraverso l’immagine che riesci a costruire di te stesso.

Bisogna apparire felici. Bisogna divertirsi. Bisogna avere successo. Bisogna essere belli. Bisogna avere soldi. Bisogna mostrare agli altri una vita interessante.

E bisogna farlo subito.

Poi spegni lo schermo e rimani solo con te stesso.

Ed è forse proprio lì che iniziano alcune fragilità.

Non credo che i ragazzi di oggi siano peggiori di quelli di ieri. Credo però che siano esposti a pressioni diverse e continue, mentre noi adulti non sempre abbiamo imparato a riconoscerle.

E allora forse dovremmo avere il coraggio di tirare un grande freno a mano.

Non alle loro vite.

Alle nostre.

Alla società che abbiamo costruito intorno a loro.

Rallentare.

Restituire ai ragazzi il diritto di non sapere ancora cosa vogliono fare da grandi. Il diritto di sbagliare senza dover necessariamente precipitare. Il diritto di annoiarsi. Il diritto di non essere sempre connessi. Il diritto di scoprire lentamente chi sono.

Ma insieme ai diritti dobbiamo tornare a parlare anche di limiti.

Perché educare significa amare, ma significa anche dire no.

Significa spiegare che ogni azione produce conseguenze. Che non tutto può essere giustificato con l’età, con la fragilità, con il gruppo, con una bravata o con una notte andata male.

Comprendere un disagio non significa giustificare qualsiasi comportamento.

Anzi.

Forse il più grande errore che possiamo commettere nei confronti dei nostri ragazzi è proprio quello di confondere continuamente comprensione e giustificazione.

Il disagio va riconosciuto.

Va ascoltato.

Quando necessario va curato.

E soprattutto va prevenuto.

Famiglie, scuola, istituzioni, associazioni sportive, parrocchie e luoghi di aggregazione hanno ciascuno una parte di responsabilità. Nessuno, da solo, può pensare di risolvere un fenomeno così complesso.

Ma nessuno può neppure voltarsi dall’altra parte.

Perché dietro ogni ragazzo che supera il limite potrebbe esserci una storia che qualcuno non ha saputo leggere in tempo.

Ed è questo, forse, che dovrebbe preoccuparci più di tutto.

Fra qualche mese tornerà l’estate. Torneranno le fotografie del mare, gli yacht, gli aperitivi, le spiagge e i tramonti che faranno il giro dei social.

Ed è giusto che sia così.

Ischia è anche questo.

Ma mentre raccontiamo al mondo quanto è bella la nostra isola, ricordiamoci di prenderci cura di chi quell’isola dovrà abitarla domani.

Perché un ragazzo davanti a un costone sul mare dovrebbe avere ancora la voglia di fermarsi, guardare il sole che tramonta e immaginare il proprio futuro.

Non precipitarci dentro.

Buona domenica e buon caffè a tutti.

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