di Camillo Buono

Ci sono sentenze che arrivano nei tribunali e altre che pronunciamo ogni giorno noi.

Le prime sono scritte su carta, portano il nome della Repubblica Italiana e possono decidere della libertà di una persona. Le seconde nascono al bar, in una piazza, in una chat, sui social o semplicemente durante una conversazione tra amici.

Sono profondamente diverse, naturalmente. Ma qualche volta hanno qualcosa in comune: possono distruggere la reputazione e, in alcuni casi, la vita di una persona.

In questi giorni siamo tornati a parlare del delitto di Garlasco.

Sono trascorsi quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi e Alberto Stasi resta l’uomo condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione per quel delitto.

Eppure la storia giudiziaria di Garlasco è tornata prepotentemente al centro dell’attenzione. Nuove indagini, nuovi accertamenti, nuovi interrogativi e vecchie prove nuovamente analizzate hanno riaperto un dibattito che sembrava consegnato definitivamente alle sentenze.

Non sappiamo oggi dove porterà tutto questo e non spetta certamente a noi stabilire innocenti o colpevoli.

Ma possiamo porci una domanda.

E se la giustizia sbaglia?

Non sarebbe certo la prima volta.

La storia giudiziaria italiana conserva pagine che dovrebbero ricordarci quanto sia pericoloso trasformare una convinzione in una certezza.

Una delle più conosciute porta il nome di Enzo Tortora.

Arrestato nel 1983 con accuse gravissime, venne condannato in primo grado a dieci anni di reclusione. Tre anni dopo quella verità giudiziaria crollò: nel 1986 fu assolto con formula piena e nel 1987 la Cassazione rese definitiva la sua assoluzione.

Ma proviamo a fermarci un istante.

Tra quelle due sentenze c’era sempre lo stesso uomo.

Stesso nome. Stesso volto. Stessa vita.

Prima colpevole, poi innocente.

E nel mezzo?

Nel mezzo c’erano il carcere, le fotografie in manette, i titoli dei giornali, il sospetto, la vergogna pubblica, gli sguardi della gente.

E soprattutto c’era il tempo.

Perché una sentenza può restituirti l’innocenza. Nessuna sentenza può restituirti gli anni che hai perduto.

Molti anni dopo un’altra vicenda avrebbe mostrato quanto possa diventare drammatico un errore durante un’indagine.

È il caso di Elvo Zornitta, l’ingegnere finito al centro dell’inchiesta su Unabomber.

Una delle prove utilizzate nell’indagine risultò manipolata. Per quella manipolazione un esperto della polizia scientifica venne condannato definitivamente. Zornitta è stato completamente scagionato e, ancora nel 2026, i nuovi accertamenti genetici non hanno trovato corrispondenze tra il suo DNA e quello ricavato dai reperti esaminati.

Anche qui resta una domanda semplicissima.

Come si restituisce a una persona ciò che ha vissuto?

Come si cancella il sospetto dagli occhi degli altri?

Come si torna semplicemente ad essere un ingegnere, un padre, un marito, un vicino di casa, dopo che per anni il proprio nome è stato accostato a quello di un criminale?

Ed eccoci nuovamente a Garlasco.

Qui bisogna essere prudenti.

Alberto Stasi non è oggi un uomo riconosciuto vittima di un errore giudiziario. La sua condanna è definitiva. Ma le nuove indagini e gli elementi nuovamente sottoposti all’attenzione degli investigatori ci ricordano qualcosa che dovrebbe valere sempre: la certezza richiede una responsabilità enorme.

Soprattutto quando da quella certezza dipende la vita di un’altra persona.

Ma esiste anche un’altra conseguenza, meno visibile e forse altrettanto pericolosa.

Quando viene meno la fiducia nelle istituzioni dello Stato?

Quando un cittadino comincia a domandarsi se una sentenza possa essere sbagliata, se una prova possa essere stata interpretata male o, peggio ancora, manipolata, il danno non riguarda più soltanto la persona coinvolta in quel procedimento.

Riguarda tutti noi.

Perché la giustizia non vive soltanto di codici, tribunali e sentenze. Vive anche della fiducia dei cittadini.

Abbiamo bisogno di credere che davanti a un giudice saranno le prove a parlare, che chi indaga lo farà cercando la verità e che chi è innocente avrà tutti gli strumenti per dimostrarlo.

Quando questa fiducia si incrina, si incrina qualcosa di molto più grande del singolo processo.

E attenzione: riconoscere che la giustizia può sbagliare non significa delegittimarla.

Forse significa esattamente il contrario.

Significa pretendere che un potere così grande, capace di privare un uomo della libertà e di segnare per sempre la sua esistenza, venga esercitato con il massimo rigore possibile e con la capacità, quando necessario, di riconoscere anche i propri errori.

Perché uno Stato è forte non quando sostiene di essere infallibile, ma quando possiede gli strumenti per correggersi.

Ed è proprio qui che vorrei uscire dalle aule dei tribunali.

Perché, fortunatamente, noi non abbiamo il potere di mandare qualcuno in carcere.

Ma abbiamo un altro potere.

La parola.

E qualche volta la utilizziamo con una leggerezza impressionante.

Basta una voce.

“Ho saputo che…”

“Mi hanno detto che…”

“Pare che…”

“Secondo me…”

E da quel momento una supposizione comincia il suo viaggio.

Il primo racconta qualcosa che non ha verificato. Il secondo aggiunge un particolare. Il terzo interpreta. Il quarto trasforma un dubbio in una certezza.

Alla fine la storia non assomiglia quasi più a quella iniziale.

Ma nel frattempo quella storia ha un protagonista.

Una persona vera.

Con una famiglia vera, un lavoro vero, dei figli, degli amici, una reputazione costruita magari in quarant’anni e che possono bastare quaranta secondi per mettere in discussione.

È una sorta di processo senza tribunale.

Non esiste un giudice.

Non esiste un avvocato.

Non esistono prove.

E soprattutto non esiste appello.

Perché la calunnia, la maldicenza o anche semplicemente una falsità raccontata con troppa leggerezza possiedono una caratteristica terribile: viaggiano molto più velocemente della smentita.

Quando la verità arriva, spesso trova già il danno.

Qualcuno dirà: “Mi avevano raccontato così”.

Qualcun altro: “Pensavo fosse vero”.

Un altro ancora: “Io l’ho solo riferito”.

E tutti, alla fine, sembrano innocenti.

Tranne la persona della quale si è parlato.

Quella resta con il peso di qualcosa che magari non ha mai fatto.

È questa forse la riflessione che il caso Garlasco, al di là delle responsabilità che saranno eventualmente accertate nelle sedi competenti, dovrebbe suggerirci.

Imparare nuovamente il valore del dubbio.

Il dubbio non è debolezza.

Non significa non avere opinioni.

Significa semplicemente riconoscere che prima di pronunciare una sentenza sulla vita degli altri dovremmo avere almeno l’umiltà di domandarci se conosciamo davvero tutta la storia.

Se può sbagliare un sistema giudiziario fatto di magistrati, investigatori, periti, consulenti, avvocati e strumenti scientifici, quanto più facilmente possiamo sbagliare noi ascoltando una voce al bar o leggendo dieci righe sui social?

E allora forse dovremmo imparare a utilizzare più spesso quattro semplicissime parole:

“Io non lo so.”

Non lo so se è vero.

Non conosco tutti i fatti.

Non ero presente.

Non posso giudicare.

Sembrano parole banali.

In realtà potrebbero salvare molte persone da piccole e grandi ingiustizie quotidiane.

Perché c’è una differenza enorme tra avere un dubbio e seminare un dubbio sulla vita di qualcun altro.

Il primo appartiene alla nostra coscienza.

Il secondo può diventare un peso che quella persona sarà costretta a portarsi dietro per anni.

La giustizia, quando sbaglia, possiede almeno gli strumenti per riconoscere formalmente il proprio errore.

Noi spesso neppure quelli.

Una voce raccontata male non avrà una sentenza d’appello.

Una reputazione distrutta non riceverà automaticamente una riabilitazione.

E una vita ferita dalle parole degli altri difficilmente tornerà esattamente quella di prima.

Forse è proprio questa la lezione più semplice.

Prima di giudicare qualcuno, dovremmo ricordarci quanto è difficile conoscere davvero la verità.

E prima di raccontare qualcosa sulla vita degli altri dovremmo domandarci se siamo disposti ad assumerci la responsabilità delle nostre parole.

Perché talvolta basta una frase per emettere una condanna.

Ma possono non bastare anni per cancellarla.

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