di Camillo Buono

Lo facciamo la mattina, prima di uscire di casa. Per sistemarci i capelli, per fare la barba, per controllare che tutto sia in ordine. È un gesto automatico, quasi banale.

Eppure mi chiedo quante volte ci fermiamo davvero a guardarci negli occhi.

Non per vedere se siamo più belli o più brutti rispetto a ieri. Non per giudicare il nostro aspetto. Ma per porci una domanda molto più difficile: che futuro stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi?

Viviamo in un tempo in cui è facile trovare colpevoli. La politica, le istituzioni, l’economia, l’Europa, Roma, il Governo. Ognuno di noi potrebbe compilare una lunga lista di responsabilità che appartengono sempre a qualcun altro.

Guardarsi allo specchio, invece, significa fare il contrario.

Significa chiedersi quale sia la nostra parte di responsabilità. Piccola o grande che sia.

Non ho la presunzione di pensare che un singolo individuo possa cambiare le sorti del mondo. Non credo che una sola persona possa fermare una guerra o risolvere i grandi problemi dell’umanità. Ma sono profondamente convinto che una persona possa cambiare una comunità. Magari non oggi. Magari non da sola. Ma certamente può contribuire a cambiare il domani.

Lo può fare innanzitutto attraverso l’esempio.

So già cosa qualcuno starà pensando: il solito luogo comune.

E invece no.

L’esempio non è una parola vuota. È il modo in cui trattiamo gli altri. È il rispetto che dimostriamo verso il bene comune. È la capacità di costruire qualcosa che non servirà soltanto a noi stessi. È la scelta di piantare un albero sapendo che forse sarà qualcun altro a godere della sua ombra.

Guardarsi allo specchio significa provare a vedere oltre il presente. Significa immaginare il volto dei nostri figli e dei nostri nipoti e domandarci se le decisioni che prendiamo oggi renderanno la loro vita migliore o più difficile.

Sull’isola d’Ischia questo interrogativo dovrebbe accompagnarci ogni giorno.

Perché è indubbio che molti giovani oggi fatichino a trovare opportunità. E se ciò accade, una parte della responsabilità appartiene anche a chi li ha preceduti. A chi non sempre è stato capace di pensare al futuro. A chi, forse, ha amministrato il presente senza progettare il domani.

E così accade che molti ragazzi siano costretti a cercare altrove ciò che dovrebbero poter trovare qui. Partono per studiare, per lavorare, per costruire una famiglia. Alcuni tornano. Molti no.

Nel frattempo l’isola si riempie di turisti ma si svuota lentamente di ischitani.

È una contraddizione che dovrebbe farci riflettere.

Perché una comunità non vive soltanto di economia. Vive di persone. Di giovani famiglie. Di bambini che nascono. Di ragazzi che scelgono di restare.

E allora forse dovremmo tornare più spesso davanti a quello specchio.

Guardare oltre la nostra immagine riflessa.

Guardare il futuro.

E domandarci, con sincerità, se stiamo facendo abbastanza per costruirlo.

Perché il domani non arriva da solo.

Il domani si costruisce.

Un gesto alla volta. Una scelta alla volta. Una persona alla volta.

E forse è proprio da lì che bisogna ricominciare.

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