di Camillo Buono
Ci sono argomenti che non finiscono mai sui giornali. Non perché siano poco importanti, ma perché riguardano qualcosa che accade ogni giorno, sotto gli occhi di tutti, e proprio per questo rischia di passare inosservato.
Parlo del pregiudizio.
Quello che nasce senza conoscere davvero una persona. Quello che si forma ascoltando una sola versione dei fatti. Quello che cresce alimentato dalle chiacchiere, dai racconti riportati, dalle interpretazioni personali e, qualche volta, anche dalla fantasia.
Chi svolge il mestiere di informare conosce bene questo fenomeno. In redazione arrivano spesso segnalazioni, indiscrezioni, racconti e presunte verità. Se dovessimo pubblicare tutto così come ci viene riferito, senza verifiche e senza approfondimenti, probabilmente gran parte delle notizie risulterebbe infondata.
La cosa più insidiosa, però, non è la bugia evidente. Quella spesso si riconosce facilmente. Il vero problema nasce quando una parte del racconto è vera e un’altra parte viene costruita attorno ad essa. Un dettaglio aggiunto qui, una supposizione là, una conclusione affrettata altrove. Alla fine si crea un racconto credibile, ma non necessariamente vero.
E quando questo racconto passa di bocca in bocca, assume una forza incredibile.
Nei piccoli paesi lo sappiamo bene. Una frase detta al bar diventa una certezza in piazza. Un dubbio si trasforma in una sentenza. Un’impressione personale diventa una verità condivisa. E così, senza accorgercene, iniziamo a guardare una persona, una famiglia o una situazione attraverso il filtro del pregiudizio.
A quel punto non conta più la realtà dei fatti.
Conta ciò che si racconta.
Eppure la realtà ha una caratteristica che la distingue dalle chiacchiere: prima o poi emerge. Magari lentamente, magari quando ormai il danno è stato fatto, ma emerge. E quando accade, molti di quei castelli costruiti con parole leggere e giudizi affrettati finiscono inevitabilmente per crollare.
Forse dovremmo recuperare il valore dell’approfondimento. Imparare ad ascoltare prima di giudicare. Verificare prima di raccontare. Conoscere prima di prendere posizione.
Perché dietro ogni storia esiste quasi sempre una complessità che non può essere racchiusa in una voce di corridoio.
E forse il miglior antidoto ai pregiudizi è proprio questo: avere l’umiltà di ammettere che non sappiamo tutto.
In un tempo in cui tutti parlano, spesso senza conoscere, il vero esercizio di maturità non è esprimere un’opinione su ogni cosa. È fermarsi un momento e chiedersi: “Sono sicuro che le cose stiano davvero così?”
Molte volte la risposta è meno scontata di quanto crediamo.
Buona domenica e buon caffè a tutti.






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