di Camillo Buono
Ci risiamo.
Ancora una volta Ischia finisce sulle cronache nazionali e ancora una volta basta una parola per raccontare tutto: abusivismo.
Questa settimana è toccato a Forio. Un cantiere sulla scogliera individuato durante un sorvolo dei Carabinieri, il successivo intervento a terra, il sequestro e immagini certamente di grande impatto.
Sia chiaro: ben vengano i controlli. Ben vengano gli elicotteri dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia e di tutte le Forze dell’Ordine. Ben venga ogni attività finalizzata a verificare il rispetto delle norme e a tutelare un territorio fragile e straordinario come il nostro.
Se sono state commesse violazioni, dovranno essere accertate e chi ne è responsabile dovrà risponderne.
Il problema, almeno per me, è un altro.
È come raccontiamo Ischia.
Perché leggendo alcuni titoli e servizi circolati in questi giorni, l’impressione restituita al lettore che vive a Milano, Torino, Bologna o in qualsiasi altra parte d’Italia è semplicissima: qualcuno avrebbe deciso di costruire quasi dal nulla un enorme fabbricato sulla scogliera di Forio e soltanto l’occhio provvidenziale di un elicottero avrebbe finalmente scoperto quello che nessuno aveva visto.
Una specie di ecomostro cresciuto indisturbato a picco sul mare.
Poi, però, si approfondiscono le stesse notizie pubblicate e il quadro diventa molto più articolato.
Si scopre che il fabbricati esisteva già, che aveva alle spalle una storia urbanistica complessa, che era stato in parte interessato da sanatoria, che erano state presentate pratiche edilizie e che l’intervento riguardava la sua demolizione e ricostruzione. Allo stesso tempo emergono opere che, secondo gli accertamenti, sarebbero state realizzate senza le necessarie autorizzazioni o in difformità dai titoli, insieme a contestazioni relative al vincolo paesaggistico e ad altri interventi.
È una differenza enorme.
Non significa dire che fosse tutto regolare.
Non significa sostituirsi alla magistratura, ai Carabinieri, ai tecnici comunali o a chi dovrà stabilire esattamente cosa poteva essere realizzato e cosa invece no.
Significa semplicemente raccontare i fatti nella loro completezza.
Perché un conto è parlare di opere abusive o difformi all’interno di un intervento edilizio preesistente e autorizzato almeno in alcune sue componenti; un altro è lasciare immaginare la costruzione clandestina di un fabbricato comparso improvvisamente sulla scogliera.
E le parole, soprattutto quando riguardano Ischia, pesano.
Pesano tremendamente.
Perché questa vicenda ha avuto risalto nazionale e ancora una volta, insieme al singolo fatto, sul banco degli imputati sembra essere finita un’isola intera.
Ischia, l’abusivismo, il cemento, il dissesto.
È un’associazione diventata ormai quasi automatica.
Ed è qui che credo debba cominciare una riflessione che riguarda tutti noi, ma soprattutto chi rappresenta quest’isola.
Chi dovrebbe difendere Ischia?
Me lo chiedo da cittadino.
Chi deve difendere l’immagine dell’isola quando una vicenda locale viene trasformata nell’ennesima occasione per dipingere Ischia come una terra nella quale ognuno costruisce dove e come vuole?
Forse dovrebbero farlo anche i nostri sei sindaci.
Non chiedendo di nascondere gli abusi.
Non attaccando le Forze dell’Ordine.
Non pretendendo silenzi.
Ma chiedendo semplicemente che Ischia venga raccontata per quello che realmente accade, senza generalizzazioni e senza trasformare ogni violazione urbanistica nell’ennesimo processo collettivo agli ischitani.
Se c’è un abuso, si chiami abuso.
Se c’è una difformità, si chiami difformità.
Se c’è un’opera autorizzata nella quale vengono contestati interventi ulteriori, si racconti esattamente questo.
E soprattutto, se le responsabilità sono individuali, restino individuali.
Perché gli abusivi non hanno il certificato di residenza a Ischia.
Le difformità urbanistiche esistono da Nord a Sud, nelle grandi città come nei piccoli comuni, sulle coste come nelle campagne. È un problema nazionale, con dimensioni, caratteristiche e responsabilità differenti da territorio a territorio.
Questo non deve diventare un alibi per Ischia.
Abbiamo avuto e abbiamo un problema urbanistico serio. Negarlo sarebbe sciocco.
Ma proprio perché conosciamo la fragilità del nostro territorio dovremmo pretendere ancora maggiore precisione quando se ne parla.
C’è poi un’altra questione che prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di affrontare.
Il patrimonio edilizio dell’isola è spesso antico, cresciuto dentro norme, vincoli, condoni, piani mai completati, strumenti urbanistici inadeguati e procedure amministrative che negli anni hanno creato situazioni di una complessità enorme.
Le esigenze delle famiglie cambiano. Cambiano le norme antisismiche, quelle energetiche, quelle igienico-sanitarie. Cambia il modo di vivere le abitazioni.
E su un territorio fortemente vincolato come il nostro adeguare gli edifici alla contemporaneità può diventare un percorso estremamente difficile.
Questo non giustifica chi costruisce illegalmente.
Ma dovrebbe imporre alla politica una domanda: abbiamo dato ai cittadini strumenti urbanistici realmente capaci di governare queste trasformazioni?
Perché la tutela del territorio non può significare soltanto vietare.
Deve significare programmare, regolamentare, consentire ciò che può essere consentito e impedire con fermezza ciò che mette a rischio il paesaggio e la sicurezza.
E invece troppo spesso lasciamo che tutto questo emerga soltanto quando arrivano i sequestri.
Poi arriva un terremoto.
Arriva un’alluvione.
Arriva una frana.
E improvvisamente ritorna quella parola: abusivismo.
Una parola capace di diventare spiegazione universale di qualsiasi tragedia accada sulla nostra isola.
E allora questa volta vorrei chiedere ai nostri amministratori di fare qualcosa prima.
Di pretendere chiarezza.
Di intervenire quando una notizia nazionale restituisce un’immagine dell’isola che non corrisponde pienamente alla complessità dei fatti.
Di difendere gli ischitani quando vengono trasformati indistintamente in un popolo di abusivi.
E contemporaneamente di essere inflessibili verso chi davvero deturpa il territorio.
Le due cose non sono in contraddizione.
Anzi.
Difendere Ischia significa combattere gli abusi. Ma significa anche combattere i pregiudizi.
Significa pretendere legalità da chi costruisce e correttezza da chi racconta.
Significa non nascondere i nostri problemi, ma neppure permettere che diventino la nostra carta d’identità.
Perché Ischia ha già pagato troppo, anche in termini d’immagine.
E continuare a raccontarla attraverso un unico fotogramma — cemento, abusivismo, dissesto — non aiuta a risolvere nessuno dei suoi problemi.
Al contrario, rischia di crearne un altro.
Quello di un’isola condannata ancora prima che vengano accertati i fatti.
E forse è arrivato il momento che qualcuno, a nome di questa comunità, cominci finalmente a dire:
controllateci, sanzionate chi sbaglia, tutelate il nostro territorio. Ma raccontateci per quello che siamo e, soprattutto, per quello che realmente è accaduto.
Buona domenica e buon caffè a tutti.







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